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Recensione romanzo Diary di Chuck Palahniuk

Copertina Diary Chuck Palahniuk

Prendi “Diary” di Chuck Palahniuk. Avvicinalo all’orecchio e scuotilo un po’, come faresti per scoprire il contenuto di un pacco regalo. Sentirai agitarsi tanti piccoli pezzettini di cartone compresso e dipinto.

Insomma, esattamente lo stesso rumore che fa una scatola di puzzle, di quelli con il cielo tutto azzurro che diventi scemo a comporre, investendo ore e giornate a cercare un improbabile accoppiamento. Che ti ruba spazio in casa, perchè non sai mai dove metterlo e hai paura che precipiti al suolo, infrangendo quel minimo di equilibrio che sei riuscito a raggiungere, e salutando (per sempre?) incastri faticosamente raggiunti.

“Diary” farà esattamente quel rumore lì. Perchè Palahniuk – senza abbandonare lo stile avvolgente e tematiche un po’ pulp e quasi al limite del grottesco – ricostruisce una vita intera in un romanzo, e lo fa regalando pezzettini di puzzle ad ogni capitolo. Che fai fatica ad incrociare, non dico di no, ma che con un po’ di sudore mentale e di lavoro cominciano a comporre una immagine coerente,  affascinante nei suoi continui flashback e nei dubbi che instillano pagina dopo pagina. Pezzi di puzzle nerissimi, altri più colorati, in un mosaico unico.

Tutto quello che facciamo è diario: le persone con cui parliamo, i gesti compiuti, quel mezzo sogno chiuso dentro una cassaforte di cui hai perso la combinazione, il ricordo del primo bacio. Diario.

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