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Recensione Bloody Mary di Marco Vichi e Leonardo Gori

copertina bloody mary
Ci sono libri che si assaporano con tutti e cinque i sensi.

“Bloody Mary” è vista. La visione di Aleya, nata in un villaggio nigeriano e troppo bella per non essere rapita, venduta, negoziata come carne da piacere, in patria prima e su un abominevole mercato italiano subito dopo.

“Bloody Mary” è tatto. Le mani di Marek, ragazzo polacco alla ricerca di un futuro migliore, partito da Cracovia e approdato nel profondo sud italiano, dove proprio le mani diventano lo strumento per la raccolta stagionale dei pomodori, fra campi, kapò, filari e brandine.

“Bloody Mary” è olfatto. Per entrambi, l’odore del sangue, dei rifiuti in cui si è costretti a vivere, della miseria. L’odore di sogni infranti, di fatica e bestemmie, di speranze coltivate e destinate a sfumare in un pestaggio.

“Bloody Mary” è udito. Le urla degli aguzzini impegnati a garantire la massima produttività della raccolta della verdura, le risate bieche e volgari di chi vende corpi e schiavitù come beni da mercato rionale.

“Bloody Mary” è gusto. Il gusto amaro che lasciano nella gola queste 205 pagine, racconto nerissimo di una realtà che cerchiamo di lasciare da parte, bambini convinti di chiudere gli occhi e riaprirli quando tutto sarà passato.

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