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Sebastiao Salgado e la miseria di Serra Pelada

Una pellicola in bianco e nero, una Leica (con la conseguente qualità delle lenti) ed uno sguardo capace di andare oltre l’orrore e trasportarlo negli occhi e nella mente di centinaia di migliaia di persone: in due parole, Sebastiao Salgado.

E’ difficile dedicarsi a questo fotografo brasiliano che ha studiato da economista (!) e ha poi deciso di dedicarsi alla scrittura con la luce senza restare sbalorditi dalla qualità delle sue immagini. Ed è altrettanto impossibile non incappare in una delle immagini di reportage più forti che siano mai state scattate e pubblicate:

Lo so, vi siete chinati in avanti verso il monitor, per cercare di comprendere meglio che cosa siano quelle macchioline sulle pareti della montagna, e forse rifiutandovi di credere che siano effettivamente quello che sembrano.

Farò scomparire ogni falsa speranza: si tratta, effettivamente, di uomini. Quelli che alcuni definirebbero “cercatori d’oro”, perchè di una miniera si tratta, e che altri – decisamente più opportunamente – vorranno chiamare con il nome più adatto: schiavi. Sono migliaia di uomini che risalgono precarie scale a pioli di legno portando sulle spalle enormi sacchi ricolmi di fango in cui potrebbe nascondersi una pagliuzza, una micro-pepita, un frammento di oro e sogno. Una storia che nasce nel 19° secolo con un primo, fortunoso ritrovamento nella Serra Pelada, e che finisce per scatenare una vera immigrazione da campagne vicine o lontane.

Salgado, dalla miseria di Serra Pelada, prende a bastonate la nostra coscienza.

Ci sono due aspetti di questa fotografia che mi hanno colpito profondamente. Il primo è l’ambientazione, perchè Salgado ha ritratto un brandello di vita del suo paese. E, decisamente, pensando al Brasile sono molte le immagini che corrono alla mente, e quella di una miniera a cielo aperto da 40 morti al giorno non era tra queste. Da adesso in poi, questa fotografia che sembra una incisione ottocentesca creata per illustrare un canto dell’Inferno a vostra scelta accompagnerà i miei pensieri sudamericani.

Ed il secondo? Beh, il secondo elemento che mi ha colpito maledettamente è composto da quattro numerini che accompagnano questa fotografia identificando l’anno in cui è stata scattata. 1986.

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