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Recensione film: “The Next Three Days”

“Quale parte della nostra vita è davvero sotto il nostro controllo? E se scegliessimo di vivere unicamente in una realtà costruita da noi? Questo ci renderebbe folli? E se è così, non è meglio di una vita di disperazione?”
Queste sono le domande che rivolge ai suoi studenti John Brennan in apertura del promettente film iper-reclamizzato, con un cast stra-pagato che in teoria avrebbe dovuto consacrare lo sceneggiatore più corteggiato di Hollywood nell’olimpo della regia, dopo le brillanti precedenti prove “Nella Valle di Elah” e soprattutto “Crash – Contatto Fisico”, vincitore di ben tre statuette dell’Accademy. Paul Haggis già sceneggiatore a più riprese per Clint Eastwood (Million Dollar Baby, Letters from Iwo Jima e Flags of our Fathers) e dei due ultimi James Bond, decide infatti di tornare dietro la macchina da presa con il remake di un recente thriller francese (“Pour Elle”) che ora sentiamo la necessità di vedere. 

 

Secondo quelli che contano, questa sarebbe un’opera intelligente di analisi e denuncia di una America cambiata definitivamente dopo l’11 settembre, impreziosita da un ottimo Russell Crowe, che umilmente si pone delle domande e si mette in discussione. A me è parsa lenta, disomogenea, sottotono, fine a sé stessa e dal messaggio preoccupante. Coloro che mi seguono possono confermare quanto io difenda quei giuggioloni degli americani, ma questa volta temo che la critica abbia attribuito ad una pellicola meriti non propriamente visibili.

 

La quiete della ennesima famigliola felice (che qui si chiama Brennan) scompare improvvisamente una mattina, quando la Signora viene arrestata per l’omicidio del proprio datore di lavoro. A nulla varranno i tre gradi di giudizio al punto che tenterà il suicidio essendole insopportabile l’idea del carcere a vita. L’unico a non mollare mai ed a credere ciecamente alla propria consorte è il marito John (pesce lesso – Crowe), professore universitario ed amorevole padre di famiglia che si fa carico di approntare una soluzione definitiva al problema. Insomma, una sorta di giustizia fai da te. E così per oltre due ore, seguiamo un imbolsito, appesantito (ora è un manzo a tutti gli effetti) Russell Crowe, lento, dalla camminata a papero (a causa di una panza nutrita a  waffel ogni mattina?) che risulta poco credibile nei panni dell’apprendista “criminale per giusta causa” dopo il corso di evasione impartitogli da Liam Neeson della durata di ben 20 secondi (tempo  che coincide con il totale dell’apparizione di Mr. Neeson).

Insomma, trama non nuova, talvolta addirittura poco credibile, che sul finale ci fa venire i brividi: ad un certo punto si teme che accada il miracolo ed inizia un crescendo di colpi di fortuna che non si son mai visti neppure nel miglior fumetto in commercio. Come se non bastasse, il messaggio che quando la giustizia fallisce il fai da te sia concesso non mi piace neanche un po’. L’idea che ai “buoni” debba andare sempre tutto bene, soprattutto quando hanno subito una ingiustizia, sembra solo a me poco realistica? Oppure ho travisato e dovevo interpretare il messaggio come una frecciata alle Istituzioni? Qualcosa del tipo “siate attenti ed accorti nell’esercizio della Giustizia, altrimenti ogni qualvolta i comuni e sino a ieri integerrimi cittadini compiono gesti inconsueti, ponetevi prima di tutto delle domande perché molto probabilmente la responsabilità è solo vostra”?!?. Banalotta anche questa!

Rimango quindi dell’idea che Haggis esprima il meglio di sè tenendo in mano una penna e non una macchina da presa. Film da evitare, soporifero, che si dimentica nell’arco di una notte. Bocciato!

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