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Recensione film L’appartamento: tra storia del cinema ed attualità

Profumo di torta di mele appena sfornata unito al jazz del periodo del proibizionismo ed alla commedia garbata anni ’60 rievocano nella mia memoria Billy Wilder, padre della commedia americana, romantica ma briosa, sempre di classe e con attori che oggi ci possiamo scordare. Se poi citiamo nomi come Jack Lemmon a Shirley MacLaine, diretti più volte dal regista, il gioco è fatto: Irma la Dolce e l’Appartamento sono i due titoli che si contendono il mio personale podio quali rappresentativi di un’epoca che non c’è più.

L’ultima opera completamente in bianco e nero che vinse un bel po’ di premi tra i quali diversi Oscar è L’Appartamento: una pellicola che rivista oggi, se non fosse per l’umanità e la signorilità che caratterizzano i personaggi, appare di incredibile attualità.

Storia di un impiegato, dell’uomo (americano) medio, che viene quasi ricattato dai suoi superiori con promessa di “mettere una buona parola” per una fulminea promozione. Un gran lavoratore sfruttato sia dentro che fuori dall’ufficio ed addirittura buttato fuori dal proprio appartamento ogni qualvolta i colleghi necessitino di uno luogo in cui appartarsi con le amanti. Gioco perverso che perdura sino al giorno in cui all’Amministratore Delegato stesso sorge più di un sospetto e decide di… utilizzare la propria influenza per divenire il maggior fruitore dell’alcova! Peccato che, poco dopo, un incidente cambierà per sempre le priorità del povero C.C. Baxter – Jack Lemmon: convinto di essere uno “squalo”, competitivo e arrivista, di fatto interpretava tale ruolo per assenza di vita affettiva. Il giorno in cui si apre alle emozioni, ai sentimenti che prova per la bella ragazza dell’ascensore Fran Kubelik – Shirley MacLaine, le priorità cambiano, il coraggio emerge e compie il salto nel buio che gli porterà la soddisfazione che andava tanto cercando.

Non credete anche voi che questa potrebbe venir confusa con una storia dei giorni nostri? Quante persone conoscete che lavorano come api operaie e non sanno dire no ai pretenziosi e faziosi superiori che sfruttano la propria posizione per far promesse sine die? O ancora, quanti subiscono per totale assenza di una vita sociale, in questa epoca di diffidenza, di malpensanti, di menefreghisti ed opportunisti? È disarmante scoprire come siano tutti problemi vecchi come il mondo…

La differenza tra 50 anni fa ed i nostri giorni è probabilmente il vetusto codice morale e comportamentale, oggi quasi ridicolo, secondo il quale la parola data era sacra, mantenerla era una questione di credibilità e di rispetto verso sé e gli altri, la coerenza era un mantra così che pure un argomento come il tradimento veniva trattato con signorilità. Sicuramente il regista e il genere di pubblico a cui le immagini erano indirizzate hanno fatto la differenza, ciò nonostante non smetterò mai di stupirmi: quelle regole esistevano nella vita reale e sulla celluloide. L’analisi era chiara e fluida, passava tra i sorrisi mentre due Signori recitavano con soavità senza forzature, adottando un linguaggio tutt’altro che provocatorio e  immagini mai forti. Perché oggi non funziona più? Che avesse ragione mia nonna? A quei tempi era davvero tutta un’altra cosa?

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