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The Fighter – Un titolo potente che vuole compensare un’opera sottotono

Pellicola basata sull’ennesima storia vera, una saga familiare, gente di periferia dalle umili origini, con poche prospettive che fa figli per riempire il tempo e che si aggrappa ai due maschi e alle loro doti sportive per sopravvivere. Uno sarà adorato dalla mamma ossessiva – possessiva che tutto deve controllare e gestire, l’altro sarà visto come accessorio necessario al mantenimento dell’allegra truppa pretenziosa (e onnipresente) e a far risplendere il fratello maggiore scapestrato ma adorato come un semidio. Entrambi promesse del pugilato, il primo un fallito, il secondo che può ancora “salvarsi”. È un classico, il maggiore domina e se ne approfitta, il minore subisce sino all’annientamento di sé o alla rivoluzione.

Fulcro della storia il dilemma, la scelta, di fronte alla palese ultima possibilità di farsi strada nello sport, tra la famiglia invadente e le proprie esigenze, con una gran voglia di rivincita e riscatto. E se una mattina la gallina dalle uova d’oro decidesse, di non essere più l’agnello sacrificale? Se rivendicasse la propria individualità? Se anteponesse le sue priorità a quelle del resto del mondo? Come reagirebbero i parassiti che da lui (e soprattutto dal suo guadagno) dipendono? Quali ricatti morali e psicologici metterebbero (anche solo istintivamente) in atto?

Co-protagonisti due attori che si cimentano in interpretazioni sopra le righe, ma che non stupiscono: Christian Bale, sempre pronto a stressare il proprio fisico per ruoli che pretendano sforzi fuori dal comune, ogniqualvolta gli provochino adeguati stimoli (qui è un ex astro nascente del pugilato rapidamente caduto nell’oblio a causa della dipendenza da crack) ed un Mark Wahlberg costantemente disponibile a mostrare i muscoli ed a provare di sapere recitare che quindi impersona, con passione che non impressiona, il “piccolino” alla ricerca del titolo per sé e (in fondo in fondo) per riscattare l’evidente dipendenza dai suoi affetti.

Pellicola ironicamente schiacciata dai film premiati alla medesima notte degli Oscar che ha  visto trionfare i suoi attori non protagonisti, Christian Bale e Melissa Leo, entrambi rincasati con l’ambita statuetta. Infatti, fulmine a ciel sereno, nelle nostre sale è passata in secondo piano, in sordina, insomma non è stata per nulla notata! Che fossimo tutti troppo presi ad inseguire il Cigno Nero di quel Darren Aronofsky che avrebbe dovuto dirigere proprio questo film?

Il dubbio però è se siamo davvero sicuri che meritasse maggiore scalpore. Cosa rendeva l’opera superlativa? Non l’argomento, che ciclicamente, spesso con pretesti sportivi, torna in auge; (a costo di andare controcorrente) non la recitazione, Bale ha ben dimostrato il proprio coraggio, la propria follia e la propria bravura recitando con trasporto nell’”Uomo senza sonno”; e non per regia o fotografia. Infatti, subito si avverte che il titolo non rispecchia il reale ritmo e l’effettiva (im)potenza delle immagini: la quasi monocromia e l’anonimato delle situazioni hanno gettato parecchia acqua sul fuoco rendendo il film, nel complesso, poco avvincente ed a tratti soporifero.

Storia fintamente dedicata alla boxe che, di fatto, focalizza su drammi interiori (necessità di affermazione, perdono e comprensione) portando la lotta dall’esterno all’interno per poi ricondurla al punto di origine. Nulla di nuovo se non forse un titolo ben studiato per incuriosire ed ammaliare un pubblico oramai sempre più abituato a pellicole ogni giorno meno eccellenti.

Sconsigliato il suo noleggio di lunedì: potrebbe malumoreggiare e far girare il vento male per il resto della settimana appena iniziata 😉

 

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