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Anteprima film Hell di Tim Fehlbaum

regista hell tim fehlbaum

© Festival del film Locarno / De Maria

Ad un film svizzero, del giovane regista Tim Fehlbaum, allegro e sorridente in conferenza stampa, il compito di chiudere la seconda sera di proiezioni in Piazza Grande e soprattutto di portare con fierezza il testimone ricevuto da Super 8. Dopo gli alieni che debbono tornare a casa, in seguito ad un testa a testa con gli umani dell’Ohio degli anni ’70, eccoci alle prese con l’Apocalisse che ci siamo procurati, da soli, in casa nostra – e guarda caso produttore è quel gran furbone del Re delle Apocalissi su grande schermo, Roland Emmerich.

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In un  futuro distante solo qualche anno, giusto quel pochino che presenti come plausibile un surriscaldamento del pianeta di una decina di gradi, tale da rendere la vita difficoltosa ma non ancora impossibile, seguiamo l’estenuante viaggio di due sorelle ed i loro compagni di  sventura durante il disperato tentativo di raggiungere le montagne dove, come in un miraggio, si crede sgorghi ancora acqua sorgiva.

Un cast di tutto rispetto con una Hanna Herzsprung perfetta nei panni dell’eroina Marie attorno alla quale tutto ruota, una protagonista forte che ricorda la Sigurney Weaver di Alien (come ci conferma lo stesso regista), che oltre a fare fronte alla difficile quotidianità fatta di caccia per il cibo e ricerca di un riparo migliore in cui ricominciare, vivrà un vero incubo. Perché si sa, quando subentra l’istinto di sopravvivenza, l’essere umano regredisce ad uno stato primordiale in cui la legge della giungla regna sovrana. E il fatto che una madre rapisca una delle poche donne rimaste per darla in moglie al proprio figlio (ed implicitamente far sopravvivere la nostra specie), diviene un gesto si disperato ma quasi giustificabile, di sicuro molto umano.

Pellicola tanto polverosa, calda, accecante e soffocante di giorno quanto all’imbrunire si fa scura, oscura e si tinteggia di color petrolio come l’oro nero tanto bramato e fonte di problemi proprio durante le ore più vivibili anche se maggiormente pericolose. È a tutti gli effetti un thriller dai risvolti claustrofobici quello a cui assistiamo, con dei picchi che ricordano il genere “Saw”. Nulla viene lasciato al caso, particolari, punti di vista, armi come pure la sofferenza, drammatica e senza esclusione di colpi, perché sino a quando respireremo non smetteremo mai di sperare in una via di uscita ed i nostri istinti ci faranno cercare la salvezza sia percorrendo sentieri razionali o meno. Se poi la scena viene affidata ad una donna (scelta che non credo sia avvenuta casualmente) le caratteristiche ed i limiti del gentil sesso emergeranno con forza: l’agire spesso senza pensare, soprattutto immemore della incontrovertibile debolezza fisica, come pure però il non mollare mai e l’istinto di protezione dei propri cari che può portare al sacrificio.

Un mondo disperato quello mostrato da Fehlbaum al quale viene concessa una seconda chance. Non so dire se sia un “premio sopravvivenza” o una dimostrazione che nonostante il nostro interferire, la natura segue e seguirà sempre il suo corso ritrovando il proprio equilibrio. Per essere un’opera prima, il regista che alle spalle aveva solo un esercizio scolastico di  matrice zombie convince nonostante “La Strada” di McCarthy sia viva nella nostra memoria.

 

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