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Festival del Film Locarno Concorso Internazionale: recensione Tokyo Koen

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Secondo i miei compagni di avventura, sono una calamita per le pellicole peggiori in concorso. Fatto sta che con Tokyo Koen rimanere svegli è risultato difficoltoso nonostante la temperatura in sala fosse equiparabile a quella presente in una comune cella frigorifera. Neppure la lotta per la sopravvivenza è riuscita a farci tenere le palpebre alzate per tutti i 119 minuti di proiezione. Mamma che noia e se lo dice una entusiasta della cinematografia orientale (sono andata sino ad Udine pur di farmi una overdose di pellicole con gli occhi a mandorla), c’è da credermi!

Shinji Aoyama sarà anche non alla sua prima prova, anzi è decisamente navigato ed ha presenziato e ricevuto riconoscimenti sia a Cannes che a Venezia (certo è difficile non trattenere un ironico sorriso quando leggiamo nella cartella stampa che è stato premiato dalla “Giuria Ecumenica” del festival di Cannes)  e si presenta come autore poliedrico, posto che è pure uno scrittore affermato, ma Tokyo Koen è deboluccio. La colonna sonora è effettivamente gaia e molto dal gusto occidentale (insomma è bella), nell’insieme l’opera è ariosa e luminosa, molto “stilosa” nella scelta di abbigliamento e arredamenti di interni, ma il ritmo lascia molto a desiderare.

Storia di uno studente universitario con la passione della fotografia, tutta ereditata dalla madre passata a miglior vita, che si diletta ad immortalare i frequentatori dei parchi cittadini, al quale un giorno viene proposto da uno sconosciuto che lo bacchetta in un parco, appunto, di documentare rimanendo a distanza le passeggiate pomeridiane all’aria aperta di sua moglie. Il ragazzo accetta l’incarico ed inizia a seguire la donna. E noi ci addentriamo così nella sua quotidianità fatta di fotografia, lavoro in un ristorante, frequenti cene con una amica intima, diretta ma con la quale non ha intimità, e sporadici ma intesi incontri con una sorella più grande, bella, estrosa ed indipendente. Col trascorrere delle ore ci renderemo conto che di fatto questo vuole essere un film sull’amore nei suoi vari aspetti. La passione di una coppia, l’inscindibile adorazione verso un genitore che non c’è più, il cameratismo che si crea con gli amici c.d. del cuore e l’amore che si può provare tra fratelli anche quando non consanguinei.

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(c) Festival del Film Locarno 2011

Ovviamente, dato il trend di quest’anno, se non vi fosse stata una componente misteriosa probabilmente il film non sarebbe stato preso in considerazione, così ecco che dopo la prima interminabile mezz’ora realizziamo che anche qui non tutti i personaggi appartengono a questo mondo. Dopo gli alieni che cercano di fuggire dagli anni ’70 e quelli che si battono con i cowboy, senza dimenticare quelli che si accoppiano nei sobborghi metropolitani, sentivamo proprio la mancanza dei fantasmi, oh si si … eccoci accontentati, con un quanto mai itterico co-protagonista. Ma non solo, anche i rapporti fraterni man mano che ci si avvicina al finale prendono una piega quanto mai bizzarra, senza raggiungere la spudoratezza di “the Color Wheel”, ma pur sempre con chiare intenzioni.

In perfetto stile far east tutto ha una connotazione poetica e la componente umana viene solo accennata mantenendo compostezza e dignità molto lontani dai toni tipici delle popolazioni lambite dal mare nostrum. Una storia di crescita interiore e molto eco-friendly. Film non per tutti, sicuramente adatto a chi soffre d’insonnia: chissà mai non sia la volta buona che ritrovino l’abbraccio di Morfeo.

 

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