Se siete fortunati, in qualche sala riuscite ancora a godervi questo piccolo gioiello che è stato notevolmente mortificato da una distribuzione estiva, voluta forse per timore che fosse l’ennesimo fiasco del regista, ma che si è rivelato un inaspettato regalo di questa coda d’estate.

Racconto equilibrato ma ricco di suspense, dedicato alla storia di Hanna, una giovane cresciuta in una landa desolata da un padre protettivo (e a ragion veduta!) che non ha saputo escogitare altro metodo per prepararla adeguatamente a conoscere e affrontare il mondo e le sue difficoltà. Perché questa ragazzina parte molto svantaggiata rispetto a noi tutti: è nata da una madre uccisa dai servizi segreti, apparentemente senza motivo, ed è cresciuta col solo scopo di divenire la versione umana di Terminator (Hanna è un killer spietato da far impallidire i più famosi picchiatori). Sorrideremo e vorremo aiutarla a capire che se un adolescente ti vuole baciare non devi spezzargli denti e vertebre, ma la sua gran voglia di socializzare e vedere il mondo, perché l’isolamento l’ha fatta diventare la peggiore delle adolescenti disadattate e lei istintivamente ne è cosciente, ci farà tifare tutto il tempo per la sua sopravvivenza. Unico ostacolo, infatti, all’avverarsi del suo sogno di normalità è Marissa Wiegler: il killer/agente CIA che le uccise madre e nonna e che ora vuole la sua pelle a tutti i costi.

Saggiamente Joe Wright (incredibile, ma è il regista de “il Solista”) affida a Eric Bana il compito di essere un intransigente padre-trainer che deve crescere, addestrare e rendere insensibile la sua figliuola (Saoirse Ronan) vero fulcro di tutta la storia, mentre a Cate Blanchett spetta il ruolo della stronza (perché altra definizione adeguata non pare vi sia) corrotta, fredda, austera e spietata già dallo sguardo. Attori scelti non a caso, infatti, si mimetizzano con l’ambiente e la luce circostante in modo quasi surreale senza peraltro mai farci distogliere l’attenzione dalla vera protagonista. Cast perfetto, clima impietoso, concentrazione massima sia dentro lo schermo sia fuori, colori sfumati con toni che dal bianco, passano agli innumerevoli azzurri, ai grigi e alla sabbia con tutte le sue varianti, non si prova mai caldo, né freddo, il regista ci trasforma in Hanna e seguiamo la sua corsa, la sua battaglia, come fosse la nostra. Non piovono pallottole, ma il movimento è perenne e studiato maniacalmente, cadenzato da una colonna sonora che ritma il battito di chi è dentro e fuori lo schermo. Colori e situazioni sono decisi senza lasciare nulla caso al punto che i capelli di Cate Branchett si intoneranno all’arredamento così come l’abito di Eric Bana ai palazzi circostanti. Una fotografia che quindi è stata molto studiata per supportare e arricchire le non-emozioni che non-prova la protagonista.

Questa è una favola (e i rimandi ci sono) delicata, dolce, gentile, mai invadente ma al contempo intensa su una giovane che non ha avuto un’infanzia perché paga le conseguenze delle scelte altrui ed eredita il compito di voltare pagina trovando una soluzione a ciò che gli altri hanno cominciato.

 

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