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Recensione Non tutti i bastardi sono di Vienna di Andrea Molesini

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Accingendomi a raccontare di “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, mi son sorpreso a domandarmi se l’ambientazione decisamente veneteggiante ed il periodo storico in cui è ambientato stessero influenzando o meno il mio giudizio.

Ho deciso di no: Andrea Molesini, fresco vincitore con questo libro dell’ultima edizione del Premio Campiello, ha regalato alla comunità dei lettori un gran bel romanzo.

Dopo la (ormai leggendaria) sconfitta subita a Caporetto, l’esercito italiano si ritira e la conquista austriaca raggiunge Villa Spada: nei territori immediatamente ad est del fiume Piave sorge la casa della famiglia Spada, abitata dai nonni Gugliemo e Nancy (decisamente originale il primo, intelligente al limite dell’astuzia la seconda), dai giovani Giulia e Paolo (quest’ultimo è in effetti la voce narrante della vicenda) e da una schiera di altri parenti e di appartenenti alla servitù, tutti ottimamente caratterizzati e tutti in grado di balzare dalle pagine agli occhi e prendere vita, azione, sentimenti.

La storia narra infatti dell’occupazione della Villa da parte degli ufficiali dell’esercito austriaco, in una sorta di convivenza coatta che riguarda in realtà tutto il paese: piazze, campi, osteria e persino la chiesa del paese – teatro di una orribile aggressione ad alcune delle ragazze cittadine – finiscono per mostrare tutta l’orribile violenza della guerra in uno scenario che sembra volerne annullare gli effetti. E’ palese il tentativo di dedicarsi ad una vita normale, la volontà di attendere un momento migliore, cercando di contribuire alla riscossa italiana con piccole astuzie da “terza colonna”, mentre i gatti cominciano a scarseggiare (e gli arrosti abbondano), gli animi si esasperano, gelosie e sofferenze si moltiplicano. Si intrecciano la storia del romanzo e la Storia di un brandello d’Italia poco raccontato, e Paolo cresce in una magnifica interpretazione moderna dei più classici romanzi di formazione.

I tipici racconti che tutti visualizziamo raccontando della prima guerra mondiale sono quasi del tutto assenti: niente trincee e assalti all’arma bianca, nessun duello alato fra cavalieri-biplani, solo qualche accenno ai tremendi cannoneggiamenti che prepararono il riscatto tricolore, sulle rive del Piave: i protagonisti sono i civili, coloro che cercano la sopravvivenza e che si rendono probabilmente conto che un’epoca è finita per sempre, a prescindere da chi saranno i vincitori e vinti. Perchè dopo una mattanza di quelle dimensioni, nulla potrà mai essere come prima, e perchè la modernità – sospinta dalla ricerca a fini militari – avanza, e travolgerà ogni abitudine.

Nella narrazione asciutta e pulita di Molesini c’è spazio anche per il sorriso, persino per la sensualità, e che la gamma di emozioni suscitate sia così ampia giova sicuramente all’opera ed al suo autore: in due parole, un premio meritatissimo.
Dal Corriere della Sera traggo la prima dichiarazione di Molesini a Campiello ottentuo, e mi sembra un modo perfetto per chiudere questa recensione:

«Dedico questo premio alla memoria di Elvira Sellerio perché con la sua editoria e il suo coraggio ha difeso la scelta dei padri dalla volgarità del presente. Ha difeso la nostra letteratura uguale a pochi, seconda a nessuno».

 

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