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Recensione romanzo A nome tuo di Mauro Covacich

Copertina A nome tuo di Mauro Covacich

C’è una bellissima canzone di Roberto Vecchioni che conoscerete in molti, e che si intitola “Dentro gli occhi”. In uno dei suoi passaggi più struggenti, racconta che…

“e scriverà sui cerini
parole da bambini.
E le parole invece tu
le mischierai tutte dentro un cappello
alla tua età scrivere una canzone
non sarà più che quello”

E allora eccomi qui, a pescare parole da un cappello, chiudendo gli occhi e pensando all’ultimo romanzo di Mauro Covacich, intitolato “A nome tuo”.

Comincio a mescolare, estraggo e contemplo la parola che la Fortuna ha voluto indirizzare tra le mie mani: “thriller”, perchè le pagine iniziali del romanzo ne mantengono assolutamente le caratteristiche. Una clandestina (bellissima, sensuale, irresistibile) nascosta nella cabina di uno scrittore imbarcato su una nave militare che lo deve trascinare – con illustri colleghi – in un tour culturale oltre Adriatico. Dubbio, tensione, bisogno di saperne di più caratterizzano pagine che non possono che trasmettere suspence.

“Divenire” è il termine che ritrovo sul cerino successivo. E’ un vocabolo che si adatta perfettamente a tutta l’opera di Covacich, che fa del “work in progress” – fittizio nei romanzi e reale nella successione dei suoi titoli  – una vera e propria bandiera.  In questo, inutile nasconderlo, Covacich è davvero molto triestino: una città che a volte fa infuriare per il suo continuo rimandare, sinonimo a volte di enormi perdite di opportunità, più spesso gravoso segnale di un territorio abituato a vivere nell’attesa che il peggio passi.

“A nome tuo” è anche un insieme di storie nella storia: tra tutte, quella di Angela, che viaggia da e per il Sudamerica procurandosi dosi di un veleno che consentano a malati irreversibili ma lucidi di porre fine alla loro sofferenze. Un “angelo della morte” che pone angoscianti interrogativi al lettore, ripugnandolo ed attraendolo allo stesso tempo. E nel ripensare ad Angela, di cerini dal cappello ne abbiamo estratti contemporaneamente due: il primo riporta “dolore”, nella sua accezione più larga e nella sua forma di maggior stimolo per il pensiero. Ed il secondo, beh, il secondo è “musica”, per l’attenzione di Angela nell’accompagnare l’ultimo respiro del malato con la sua canzone preferita, con le note scelte per affrontare in modo definitivo l’ignoto.

Musica, e siamo tornati all’inizio. A “Dentro gli occhi”, e “A nome tuo”.

 

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