Ma se domani... > Cinema > Recensioni > This must be the place – home is where I want to be…

This must be the place – home is where I want to be…

Dallo scorso maggio ci siamo incrociati, sfiorati, scontrati sino ad oggi quando, oramai sopraffatta dallo sconforto, incredula sono riuscita ad esorcizzare ciò che presentava le tipiche caratteristiche di una maledizione, che soddisfazione! Sono sempre stata la prima a sparare a zero sulle pellicole di casa nostra e sempre io sono rimasta a tifare per mesi per questo film e, probabilmente influenzata dalla voglia di vedere una nostra opera all’altezza di Hollywood, mi son ritrovata a gongolare in sala. Che meraviglia…

Ma procediamo con ordine e partiamo da quel titolo “This must be the place“ che molti si saranno domandati da dove saltasse fuori. Geniale scelta la cui spiegazione ci viene offerta con ironia dallo stesso protagonista: è una gran bella canzone del Talking Heads, gli altri si fregiano solo di aver fatto delle (talvolta) eccellenti cover, perfetta a riassumere una storia intrisa di poesia, realtà e introspezione, in cui uno cotonatissimo figlio dal glorioso passato, si ritrova al capezzale di un oramai defunto padre da cui troppi anni prima aveva preso le distanze.

Il suo nome d’arte è Cheyenne ed è una rockstar ritirata ad una dorata vita privata, un eterno bambino che alterna momenti in cui pare che la troppa eroina transitata per il suo fisico abbia lasciato indelebili segni ad altri intrisi di disarmanti repliche degne del miglior umorismo nero. Una quotidianità fatta di noia, quasi depressione, che verrà scossa proprio da quegli istinti un po’ folli che hanno dominato tutta la sua esistenza: essi lo indurranno a portare a compimento la ricerca del padre, facendo sua una vendetta che non gli appartiene, per disfarsi di una maschera obsoleta indossata oramai solo per abitudine.

Il nostro rocker ha il volto di Sean Penn il quale, riunendo le caratteristiche delle migliori stelle della musica anni ‘80 e ‘90, da vita a un personaggio che nell’impatto visivo ci ricorda Robert Smith, ma non è il solo. Ritornano, infatti, alla mente parlata e insegnamenti di quell’Ozzie Osbourne visto e sentito più volte nel suo show familiare, e ci sorge il dubbio che un doppiaggio simile a Forrest Gump non collimi esattamente con la recitazione originaria, giacché stride eccessivamente con una mimica facciale da brivido che fa da contraltare a quella della concreta ed ironica consorte interpretata da Frances McDormand.

Standing ovation a una sceneggiatura degna delle migliori penne: ben strutturata e sempre ritmata, intelligente nell’umorismo, studiata nella scelta lemmatica, semplice e disarmante nei messaggi trasmessi, che son molti ma in qualche modo sempre velati così da lasciare allo spettatore la scelta di cosa trattenere. Piacevole e dal taglio unico. Ciò a cui assistiamo è un road movie su una rock-star passatella alla ricerca di una vendetta familiare e fondamentalmente di sé stessa, una crescita interiore che lascerà segni ben visibili all’esterno, una linearità dai risvolti disarmanti nella loro semplicità.

Chapeau a David Byrne che ha curato la meravigliosa colonna sonora e un inchino a Sorrentino e al direttore della fotografia che hanno fatto una magia rendendo possibile ciò che oramai pareva fantascienza: elevare ad un livello di eccellenza una pellicola italiana, ricevere gli onori del gotha del cinema, non rinunciare alla poesia tipica della nostra narrazione mediterranea, ma unirla ad una leggera storia i cui colori rimarranno a lungo scolpiti nella nostra mente.

 

Related posts

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi