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Recensione Polisse: gente che dedica la propria esistenza a piccole grandi imprese

Real TV ha aperto le porte a più di un nuovo filone cinematografico, quello delle pellicole non solo ispirate ad avvenimenti realmente accaduti bensì tratte da esperienze vissute da regista, sceneggiatore e/o cast. Attori talvolta non professionisti sono sempre più spesso sullo schermo, scene di quotidianità divengono oggetto di frequenti docu-film, la vita (o una parte di essa) entra attraverso nuovi canali nelle nostre case. In qualche caso, se troppo forti, i fatti vengono edulcorati, ammorbiditi, lasciati intuire perché il pubblico non riuscirebbe a digerire la nuda e cruda realtà che si cela dietro l’angolo di casa o forse semplicemente non vuole vederla.

Polisse parte da qui, la regista ha seguito una squadra della Sezione Protezione Minori di Parigi e con le esperienze viste, vissute, sentite ha dato vita non ad un documentario bensì ad un film in cui vi fosse spazio per una vena poetica e per il non detto. Prende forma così la storia di una squadra, di una manciata di persone che tutti i giorni si scontra con ogni forma di violenza, diretta o indiretta, che un adulto possa perpetrare su soggetti indifesi quali i minori. Ne esce un quadro in cui non vi è limite al peggio al punto da influenzare ogni piccolo gesto all’interno delle mura domestiche di queste persone che, senza mai perdersi d’animo, conducono ad una battaglia spesso contro i mulini a vento.

Nessun ambiente, classe o etnia viene risparmiata, d’altro canto la follia è trasversale, non guarda in faccia nessuno e soprattutto (ahinoi) non risparmia gli indifesi. Famiglie atipiche, emarginati, ma anche borghesi e persone influenti che si trincerano dietro assurde convinzioni, parole, conoscenze influenti per giustificare e perpetrare gesti malati. Ma non solo, questa è l’occasione di conoscere le reazioni e la vita di chi cerca di arginare e punire i colpevoli, che convive con gli orrori ma riesce a ritagliarsi anche una risata, è la fotografia di esistenze che non potranno mai lasciare fuori dalla porta il proprio lavoro, colleghi quasi obbligati a creare una famiglia allargata con tutti i pro ed i contro che da questa scelta discendono.

Mutuo soccorso, sostegno, divertimento, pranzi e serate in compagnia ma anche incomprensioni, gelosie, competizioni dentro e fuori il commissariato. Totale commistione di privato e lavoro, tentativi di autoingannarsi ma impossibilità di nascondere segreti che, complice la deformazione professionale, gli altri percepiscono chiaramente. Le debolezze ed i fantasmi si devono affrontare altrimenti ti divoreranno. Messaggio forte che la regista riesce a mandare al pubblico senza far leva sull’emotività: nessuna inquadratura ad effetto (se non nelle parole), mai morbosa neppure voyeuristica, assolutamente non alla ricerca del sensazionalismo e di giudizi di valore.

Il film però manca di un non so che, molti personaggi sono ben introdotti ma poco definiti, si arriva alle ultime inaspettate inquadrature, con le quali si chiude più di un cerchio, con ancora dubbi su altri aspetti. Non so se vi fosse l’intenzione di una part deux, non parrebbe. Certo è che l’opera è rosa e si vede: regia e sceneggiatura sono affidate a due donne brave nel mostrare punti di forza e debolezze dell’animo femminile, ogni inquadratura e ogni dialogo è femmina e da esponente del gentil sesso l’ho avvertito chiaramente, però, forse, un punto di azzurro avrebbe potuto rendere più incisiva un’opera che è solo troppo concentrata su di noi 😉

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