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Recensione Uccidere il padre di Amelie Nothomb

E’ un periodo che definirei “senza troppe parole”. Alla cerimonia per la consegna degli Oscar trionfa “The Artist”, pellicola di rara delicatezza che non presuppone la presenza di fonemi, e sugli scaffali appare l’ultima fatica letteraria di Amelie Nothomb, autrice notoriamente specializzata in una forma narrativa che non sai mai se definire “romanzo breve” o “racconto lungo” ma che ha senza dubbio il pregio di cesellare perfettamente la sua struttura senza una sola sillaba in eccesso.

Giova che vi segnali come la mia lettura di “Uccidere il padre”, ultimo romanzo della prolifica autrice belgo-franco-goapponese, sia avvenuta in condizioni logistiche avverse: lavori di manutenzione dell’ENEL hanno infatti privato del conforto della modernità l’intero stabile in cui risiedo giusto un paio di notti fa dalle 23 in poi. Come dire l’ora precisa in cui tendo a piazzarmi davanti alla tastiera in configurazione navigatoria, ITunes strombazzante (nelle cuffie) e lampada accesa ad illuminare gli appunti sulla Moleskine. La corrente elettrica è una gran bella cosa e te ne accorgi quando te la sfilano per un paio di ore notturne, limitando di fatto ogni tua formula per il relax: unica alternativa quella di costruire sul comodino una complessa struttura (brevetto disponibile) in grado di reggere una torcia a pile e direzionare il fascio di luce verso un libro. Che io non mi sia praticamente accorto della precarietà della situazione rende bene l’idea e spiega meglio di tante parole come la Nothomb abbia ancora una volta fatto centro.

Mi viene alla mente che ho sempre attribuito alle sue storie – e a quelle del filone non autobiografico in particolare – la capacità di indurre ad una sospensione della realtà. Attitudine tipica della magia, e non è un caso se proprio in questo mondo che si sviluppa la trama di “Uccidere il padre”, protagonisti un giovanissimo e precoce prestigiatore, un mentore decisamente più famoso di lui e la di-lui bellissima moglie, fire dancer negli spettacoli di paese e nel ben più importante Burning Man, manifestazione in cui il fuoco fa decisamente da padrone. La coppia accoglierà nella sua casa il ragazzo, in fuga da un passato complicato, dando vita ad una narrazione che è un po’ romanzo di formazione e un po’ occasione per discettare di realtà e di fantasia, di rapporti umani e di sentimenti, di amore purissimo e di odio accecante.
Come in ognuno dei romanzi di Amelie Nothomb – e come nello spettacolo di un mago – il finale sarà sorprendente e spiazzante: gli occhi seguono i movimenti del prestigiatore, lo sguardo non si perde nella luce fioca dell’improvvisata lampada-torcia, e tutto è perfettamente coerente. Una sospensione della realtà, appunto.

La citazione

“Ad ogni modo – disse Joe – praticare la magia è barare”
“Non sono d’accordo. C’è una differenza fondamentale: la magia deforma la realtà nell’interesse dell’altro, per suscitare in lui un dubbio liberatorio; barare deforma la realtà a danno dell’altro, allo scopo di rubargli il denaro”

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