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Recensione La Sorgente dell’Amore

Fiaba romantica, sogno proibito o fantasia di un visionario? La Sorgente dell’Amore induce più di una domanda nella testa dello spettatore. Questa è la nuova opera del regista di Train de Vie e de Il Concerto che qui si prende qualche minuto più del solito per  permettere alle sue eroine di culture lontane di esprimersi sino all’ultima nota.

Radu Mihaileanu ha deciso di rimanere nel presente per portarci in un villaggio, non meglio identificato, che ad oggi non ha energia elettrica e acquedotto. Retrogrado sotto certi aspetti si, ma non ottuso. La gente è sveglia, anche se si trincera dietro antiche tradizioni o passi scelti del proprio testo sacro per non cambiare le cose quando implicano la perdita di certi privilegi.

Sia ben chiaro, il regista non ci da lezioni di religione e non cerca di mostrarci cosa sia giusto o sbagliato, ci offre una storia d’amore, di speranza, ma soprattutto di buonsenso basandosi su fatti realmente accaduti, in un passato recente, nella non lontana, e sempre più vicina all’Europa, Turchia. Ci troviamo in un paese arroccato sulle montagne dove da generazioni le donne si recano alla fonte a prendere l’acqua. Ma se una volta ciò era conseguenza di una sorta di matriarcato, provocato dalle guerre che trattenevano sul campo di battaglia gli uomini, ai giorni nostri permette a questi signori solo molto più ozio.

Si sa, la forza dell’amore può cambiare il mondo, quindi il giorno che Leila “la straniera”, sposa innamorata, capeggia un manipolo di donne alla rivolta inizieranno i problemi e, soprattutto, non si potrà più tornare indietro. La storia focalizza su questo gruppo di “rivoluzionarie” e sul loro carattere. Ne emerge una cultura popolare non troppo distante dalla nostra, incredibilmente simile ai racconti che sentivamo da piccoli. In occidente il tornado-progresso ha spazzato via una saggezza che si tramandava di generazione in generazione mentre in quelle terre pare che nonostante tutto, senza evitare o demonizzare la tecnologia, non vogliano rinunciare alle proprie origini.

Rispettoso racconto apolitico, che ruota intorno alla figura femminile (la sua importanza nella famiglia e nella coppia) ai sentimenti e la loro onnipresenza nella quotidianità nonché (e questo si che è inconsueto) alla sensualità di cui è ricca la cultura orientale. La pellicola non pretende altro. E’ sicuramente un prodotto occidentale, ma non implica per forza che debba essere una accusa o un manifesto di rivendicazione, quantunque ricordi che le persone abbiano una testa e debbano ricordarsi di utilizzarla. Lo stesso regista lo definisce un film “a favore di”. Chissà che abbia ragione e, senza proteste, inneggiando ai sentimenti più naturali ed antichi che accomunano tutti su questo pianeta non ottenga un risultato positivo. Tanto più che le carenze affettive mostrate e la voglia di attenzione rivendicata non distano molto da quanto anche da queste parti spesso e volentieri scarseggia.

Una pellicola per palati fini e pazienti. Vi è la solita attenzione al dettaglio di Mihaileanu, la fotografia è superlativa, però l’opera risulta a tratti lenta. La più grande provocazione? Il passaggio dedicato all’elevazione attraverso il sapere. Il fatto più curioso? Che il regista abbia diretto un intero film in una lingua che non conosceva. Unico avvertimento? Nonostante il trailer induca a credere sia una commedia, le battute sono caustiche e fondamentalmente alleggeriscono un dramma spesso cantato. Insomma, coerente con la filmografia dell’autore.

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