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Chi è Cassio?

Oh mamma mamma che gran sorpresa mi ha regalato questo film: ho davvero fatto un bel tuffo nel passato grazie a The Double!

I nati prima della caduta del Muro di Berlino godranno nel vedere questa pellicola, che potremmo definire nostalgica: si sentiva davvero la mancanza della Guerra Fredda e Michael Brandt ci ha soddisfatti non poco! Esatto, la caduta del 1989 ha avuto conseguenze notevoli anche nel cinema, privando le pellicole di avventura, azione, ma soprattutto thriller e spy movies di un nemico storico: il c.d. “russo” (calderone in cui finiva chiunque avesse sembianze d’oltre cortina). Come dimenticare i brutti ceffi alti, muscolosi, inespressivi che hanno cercato invano di bloccare per decadi James Bond? Ma anche tutti quei cattivi con le facce tatuate di orripilanti cicatrici, le cui battute erano poco più di due “Da” e quattro “Niet” che riuscivano solo a darle di santa ragione ai vari Harrison Ford, Bruce Willis & co?

The Double segna il ritorno di Richard Gere sul grande schermo e ripropone il classicissimo schema del film di spionaggio che ha contraddistinto gli anni ’80 e ’90: qualche corsa, costanti ribaltoni, un discreto thrilling, curiosità in crescendo e un gran tifo per il buono perché non se la passa bene per la maggior parte del tempo. Direi che è un’opera “vintage” (era davvero un bel po’ che non rivedevo questo intreccio!) che funziona nonostante temo non sbancherà i botteghini. Scordatevi gli effetti speciali, scene improponibili nella quotidianità e pazzi dinamitardi. Qui si giocano vere partite a scacchi con un camaleontico, intelligente e preparatissimo nemico che continua a farla franca, tendendoci trappole senza pietà.

Per risolvere l’enigma, il duo che viene messo a confronto prevede una collaborazione/scontro tra uffici, generazioni, scuole di pensiero. Il nostro fascinoso signor Gere è un pacato, riflessivo ed acuto osservatore, un agente della CIA in buen ritiro che viene richiamato in servizio dal suo capo Martin Sheen, in quanto il tassello mancante (e più importante) della sua vecchia indagine pare essere riemerso dall’oscurità e a portata di mano; al suo fianco (pare una provocazione) vi è l’immancabile pivellino dell’FBI, appena laureato ad Harvard, sveglio ma pur sempre un topo di biblioteca, mai stato sul campo, la cui tesi di laurea era, appunto, sul suo nuovo partner. In primo piano abbiamo quindi lo scontro generazionale, l’annosa rivalità tra i bureau ed metodi poco aderenti ai moderni codici deontologici (se tra spie ve n’è mai stato uno) di un Richard Gere che pare ben poco buddista 😉

La storia ci tiene oggettivamente incollati alla poltrona sino all’ultimo fotogramma, complici i tanti (più del normale) ribaltoni. Perché anche quelli prevedibili riescono a prenderci in contropiede nella tempistica: quando ciò che ti aspetti nelle battute finali avviene entro il primo quarto d’ora, la tua concentrazione è tutta rivolta verso lo schermo. Nessuno sarà come appare e la narrazione, che mira a svelarci le fattezze di Cassio, continua a fuorviarci nonostante (com’è ovvio) sia tutto davanti ai nostri occhi.

C’è un però che – ahimè – non posso svelarvi, in quanto ruota intorno alla figura del nostro protagonista Paul Sheperdson e alla recitazione di Gere:  l’opera pare infatti scivolare di qualche gradino dopo una partenza davvero intrigante. La sensazione è che se essa fosse rimasta coerente ai primi 90 minuti (in totale sono più o meno 100) avrebbe avuto un impatto superiore sul pubblico,  ma soprattutto si avverte molto la presenza di Richard Gere, la cui recitazione è… alla Richard Gere.

Peccato, ma andrà meglio la prossima volta.

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