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Andrea e il suo magico vibrafono tossico

Conosco Andrea Dulbecco, fantastico vibrafonista classico e jazz, da circa 15 anni, cioè dal tempo dei primissimi concerti dell’allora neonata orchestra di musica contemporanea Sentieri Selvaggi. I vibrafoni sono strumenti parecchio complicati, nonostante l’apparente semplicità. E sono dotati di una specie di tiranti elastici in caucciù, che hanno alcune pessime caratteristiche: sono ridicolamente costosi, praticamente introvabili, normalmente indistruttibili ma col brutto vizio di spezzarsi nei momenti meno adatti, tipo durante il montaggio dello strumento 10 minuti prima di un concerto. Per fortuna sono assolutamente sostituibili con dei comuni lacci emostatici, reperibili per pochi soldi in qualsiasi farmacia anche del paesino più remoto. Forse per scaramanzia Andrea si porta dietro ad ogni concerto un paio di lacci di scorta, visto che sono ormai andati a sostituire in toto gli illustri “pezzi originali”. Ogni tanto ci scherziamo sopra: quando vado ad un concerto e sul palco vedo un vibrafono spio da lontano lo strumento per vedere se per caso si tratta del vibrafono “tossico” di Andrea Dulbecco.

Andrea Dulbecco - foto Luca d'Agostino (c) Phocus Agency
Andrea Dulbecco - foto Luca d'Agostino (c) Phocus Agency

Sabato sera Andrea Dulbecco suonava in trio jazz con l’esperto batterista Maxx Furian e il giovane (ma già più che emergente) bassista Michele Tacchi alla Buca di San Vincenzo, un locale minuscolo ma dalla vivace programmazione musicale dalle parti di San Vittore. Quando sono arrivata verso le 23 la sala era semivuota: in questo strano mese di maggio faceva un caldo assurdo, i potenziali ascoltatori erano tutti sul marciapiede a bere birra.

Iniziato il concerto, in un attimo la sala si è riempita come un uovo. E nel paio di minuti fra il primo ed il secondo brano ho assistito ad un frenetico trafficare di cellulari, tutti a inviare sms o telefonare agli amici: “Sto ascoltando un concerto della madonna, perché non sei venuto, dài, fai ancora in tempo, è una figata” (mia madre mi avrebbe lavato la bocca col sapone, ma erano altri tempi).

Maxx Furian ritratto da (c) Roberto Cifarelli

Un branco di ragazzi giovanissimi e attentissimi ha ascoltato in totale, rispettoso silenzio, senza nemmeno gli abituali applausi al termine di ogni assolo, musiche non certo semplici o commerciali: alcune erano composizioni originali, altre erano standard di vari e diversi autori, da Duke Ellington a Bill Evans. Eravamo tutti ipnotizzati dalla magia del vibrafono, dalle sue sonorità così insolite eppure stranamente familiari. Il basso elettrico e la batteria sono strumenti che emettono volumi di suono molto forti (e chi conosce Maxx Furian sa che quanto a muscoli non si risparmia) eppure le note gioiose del vibrafono vi galleggiavano sopra leggere, spargendo emozioni su di noi fortunati.

In una Milano fin troppo ricca di proposte musicali faraoniche e frequentatissime, anche se spesso mediocri se non pessime, una piccola perla ci è rotolata incontro e eravamo così in pochi a raccoglierla. Grazie, Andrea.

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