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Recensione romanzo Io non ricordo di Stefan Merrill

Quando ero piccolo e avevo la febbre, la mamma mi copriva con un plaid di cui ricordo perfettamente i dettagli. L’orlo – come in tutte le belle coperte che si rispettino – era sfrangiato, e siccome non sono sicuro di riuscire a spiegarmi chiaramente, contravvengo ad una delle regole auree delle recensioni libresche e vi piazzo una immagine, così son più tranquillo:

Ecco, avete presente quella sfrangiatura? Mi piaceva terribilmente perché – oh, ero piccolino, eh! – ognuna delle protuberanze che uscivano dalla coperta era il realtà il risultato dell’intreccio di tre o più fili, perfettamente compattati fra di loro. Mi piaceva dirimerli e restituirli alla loro singolarità separandoli, avvertendo confusamente il fascino di entità separate che diventavano una cosa unica. O forse, più semplicemente, era la febbre alta a far volare via i pensieri…

“Io non ricordo” non e’ soltanto un bel romanzo, solido e insospettabilmente maturo considerata anche la giovane età dell’autore. “Io non ricordo” è l’unione ben riuscita di tre fili narrativi, coerenti ed intrecciati tra loro come nell’esperienza infantile che citavo.

La storia del giovane Seth, sedicenne con un padre che tende all’assente proprio quando la madre comincia a dare segni evidenti di un precoce Alzheimer, si alterna con quella di Abel, anziano che vive in una casa fatiscente da non abbandonare mai, e che narra la storia di un amore passato. Il trucco narrativo utilizzato da Stefan Merrill per alleviare queste due narrazioni, certamente tragiche e da pura apnea emotiva, è l’inserimento di un terzo filone, il racconto di una città mitica e irraggiungibile in cui esiste soltanto la felicità del momento, in totale dimenticanza di ogni orrore di un passato recente o remoto.

Seth di improvvisa ricercatore, nel tentativo di scoprire le origini – certamente ereditarie – del male materno, mentre Abel resta custode del ricordo e del rimorso, rinchiuso in un terreno che si fa sempre più piccolo ed ostile a vicini ed autorità: due modi diversi ed ugualmente efficaci per affrontare il dolore, ed il romanzo di fa quasi saggio scientifico nell’esplorare la storia di una tremenda malattia, spietata anche per i barlumi di consapevolezza che lascia di tanto in tanto riaffiorare.

Non cercherò di convincervi del fatto che si tratti di una lettura riposante. Probabilmente non è neppure il romanzo che vorrete portare con voi in spiaggia, piedini pronti all’ammollo e sole a dipingere di bronzo la vostra pelle. E’ però un romanzo che vi farà pensare e penare, risollevandovi in momenti poeticamente lievi per poi riportarvi giù, nel baratro della tragedia. Se vi sentite pronti, è un libro da non mancare.

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