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Storia di una fotografia: pugni neri nel cielo di Città del Messico

Manca davvero poco all’evento sportivo più importante del pianeta, e su tutti i media si moltiplicano ricordi e racconti di momenti che hanno segnato la storia delle Olimpiadi. Tra tutte le fotografie che sono state proposte in questi giorni, merita uno spazio particolare quella che sto per mostravi. Sede dello scatto è Città del Messico, l’anno è il 1968, e ci troviamo di fronte ad una immagine destinata a diventare un vero simbolo dei decenni successivi.

Anche il contesto storico è piuttosto noto: l’uccisione di Martin Luther King era antecedente di pochi mesi, e – oggi può sembrare incredibile – negli States si lottava ancora per il pieno riconoscimento dei diritti civili ai neri. Tommie Smith e John Carlos si presentano ai blocchi di partenza della finale dei 200 metri, e.. bang… dopo il via dato dallo starter i due velocisti americani scatenano i loro muscoli sulla pista dello stadio della capitale messicana. Carlos arriva terzo, Smith stravince e segna un nuovo record mondiale, fermando il cronometro a 19 secondi e 83 centesimi. Un primato destinato a durare undici anni, fino all’incredibile scatto del nostro Pietro Mennea.

Alla cerimonia di premiazione, i due si presentano a piedi nudi. E non appena partono le note dell’inno americano, chinano il capo e sollevano i pugni coperti da un guanto nero, dando vita ad una delle più clamorose proteste politico-sociali che la storia dello sport ricordi.

Ma oggi vorrei che concentrassimo l’attenzione sul protagonista più oscuro di questa fotografia. Perché se è vero che Smith e Carlos ebbero i loro problemi al rientro in patria, è altrettanto significativo che poco o nulla si sa di Peter Norman, l’atleta australiano giunto al secondo posto e co-protagonista di questa celebre fotografia.

Ho ingrandito un po’ lo scatto originale per darvi la possibilità di osservarlo più da vicino: noterete adesso che sulla tuta di Norman, poco sopra lo stemma della federazione australiana, compare lo stesso logo che campeggia anche sulle divise dei due americani. Si trattava di un adesivo dell’ “Olympic Project for Human Rights”, movimento di atleti riuniti dal sostegno alla lotta per i diritti civili. Norman non ne faceva parte, ma poco prima della cerimonia di premiazione notò quanto stavano organizzando i due statunitensi e volle esprimere solidarietà partecipando in prima persona. Si racconta poi che fu lo stesso Norman a suggerire di indossare un guanto ciascuno ai due velocisti USA, una volta appurato che vi era un solo paio di guanti neri disponibili.

Condannato dai media australiani per il suo supporto a quella protesta, Norman ottenne i tempi di qualifica per le successive Olimpiadi di Monaco del 1972, ma non vi partecipò: fu escluso dalla federazione ed il suo paese non inviò neppure uno spinger a quelle edizioni dei Giochi. E persino nel 2000, anno in cui fu Sidney ad organizzarle, Norman fu escluso dalla cerimonia inaugurale, nonostante si sia trattato del miglior velocista della storia australiana.

Peter Norman è scomparso nel 2006. Al suo funerale era nuovamente attorniato dai due atleti che lo circondavano nella celebre fotografia di cui vi abbiamo raccontato: a reggere la sua bara, Tommie Smith e John Carlos.

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