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Recensione romanzo Un segno invisibile e mio di Aimee Bender

Anni e anni fa, quando provavo a immaginare la casa dei miei sogni, quella in cui avrei abitato in piena serenità e tranquillità, c’era una immagine che mi si formava prepotentemente nella mente. Era facile prevedere che sarebbe stata una abitazione stacolma di libri, e l’idea era quella di dedicare uno scaffale della libreria ad un solo libro. Prevedevo una sorta di leggio ed una lampada interna che  lo illuminasse, effetto coreografico che naturalmente avrebbe offerto durante la sera il suo meglio: a rotazione, avrei poggiato sul leggio il libro che più mi aveva colpito nelle ultime letture, pronto ad essere sostituito soltanto quando un nuovo romanzo ne fosse stato degno. Immaginavo file di amici in pellegrinaggio e domande sussurrate nella piazza del paese (i social network dovevano ancora essere concepiti).

Le cose cambiano, si diventa adulti e si abbandonano – purtroppo – romantici sogni adolescenziali, ma oggi posso affermare con certezza che se avessi portato a compimento questo piano arredativo, beh, “Un segno invisibile e mio” di Aimee Bender avrebbe probabilmente cementato la sua presenza sul leggio per tanto tanto tempo.

Siamo infatti al cospetto di un romanzo che riunisce in 236 indimenticabili pagine tutti i motivi per cui valga la pena appoggiare gli occhi su carta riempita di lettere, e lasciarsi trascinare dalla narrazione, dalla storia, dalla poesia. Nella storia di Mona, nella sua ossessione aritmetica, nel coraggio e nella paura che assurdamente insieme contraddistinguono le sue giornate, nelle sue nocche tamburellanti c’è molto di più di quanto un riassunto della trama possa mai raccontare: ci sono emozioni, ci sono dita che stringono il libro nei momenti più bui, ci sono veri e propri scoppi di sorrisi. C’è il miracolo di un volume che sorprende il lettore nel ricordo – non ho superato una pagina senza essere attanagliato da almeno un momento di memoria – e nell’attesa, sospeso fra un tifo sfrenato per la protagonista ed il fiato sospeso per quello che si dipana sotto le pupille.

E poi, vale la pena sottolinearlo, in un mercato editoriale che tende sempre di più all’omologazione, e in cui la sensazione del “già letto” ti attende come un gavettone ghiacciato al primo d’aprile, potersi dedicare a qualcosa che percepisci immediatamente come nuovo ha un suo valore. Non so se sia per lo stile di scrittura – fresco, appassionante, riflessivo al giusto punto – o per una serie di personaggi dipinti con un pennello impressionista e autentico, ma l’effetto è esattamente quello: ti senti come quando trovi nascosta in un cassetto una banconota che non ricordavi più, e provi piacere-sollievo-felicità-sorpresa.

Chiudi l’ultima pagina. E sei più ricco.

 

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