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Film El Campo: perché?

Era proprio necessario? Ecco la domanda più ricorrente sentita all’uscita della proiezione di un film sul quale si riponevano molte speranze. D’altro canto, i sudamericani si stanno rivelando davvero bravi a creare suspense e questo veniva presentato come un film davvero “inquietante”. In effetti, lo spettatore si inquieta molto quando comprende che non accadrà un bel niente per la maggior parte degli 86 noiosi minuti.
La trama è piuttosto classica: Santiago, Elisa e la piccola figlia Matilda scappano dalla città per rifugiarsi nella quieta campagna. La casa si rivela un po’ fatiscente e necessita di qualche lavoretto essendo rimasta disabitata. Come ogni stabile vecchio che si rispetti, di notte le tubature “parlano”, le persiane sbattono al primo alito di vento ed il legno scricchiola. Intorno solo la natura: prati, alberi ed animali allo stato brado che spaventano solo la protagonista, la quale si rivela ben presto non in grado di coinvolgerci nella sua inquietudine.

Inevitabilmente il rapporto degenera e la coppia va in rotta di collisione, emergono i di lei traumi legati alla nascita della figlia ed una supposta lieve (?) depressione post partum di cui nessuno si sarebbe accorto. In parole povere l’unica strana è sempre e solo Elisa che si dichiara inquieta e vuole andarsene/rimanere a giorni alterni. La solitudine, il vuoto e l’ansia dovrebbero impossessarsi di lei e della sua psiche mentre sempre più marginale diviene il ruolo di Santiago. Di fatto Elisa ci pare schizzata, maleducata e sempre più irritante ma poco convincente nei panni di una donna che sta subendo un crollo emotivo.

Questo dovrebbe essere un viaggio dentro e fuori dallo spazio come lo concepiamo noi, una storia senza tempo o in un ipotetico futuro in cui però non si vuole focalizzare sull’epoca in cui i protagonisti stanno vivendo. E’ una introspezione, un vagare nell’animo umano e nelle sue insicurezze e una esplorazione della precarietà degli equilibri che creiamo con gli altri, soprattutto coi nostri affetti. Il rifugio nella desolata campagna fornisce quindi il perfetto escamotage per non ancorare la narrazione ad un tempo ed un luogo preciso.

Progetto molto ambizioso, che avrebbe potuto rendere quella casa fatiscente il perfetto set di una tragedia o di un film dell’orrore (per lo meno interiore), ma non è andata così. Vuoi perché è il primo lungometraggio del regista argentino, oppure perché la protagonista femminile non ha decadi di esperienza sulle spalle e aggiungiamoci pure il dubbio che il doppiaggio non sia stato dei migliori, fatto sta che succede ben poco. Il ritmo non incalza, l’esile storia non è supportata da una colonna sonora e lo spettatore si ritrova a subire (soprattutto) gli ultimi 30 minuti in cui perde ogni speranza che accada il c.d. ribaltone, ossia quell’evento in grado di salvare una pellicola che fa sorgere il dubbio sulla necessità di diffusione a discapito, magari, di altre opere di altrettanti esordienti in grado di fornire migliore intrattenimento.

Voto:5 e qualora doveste inciamparci, perché non condividete con noi quale crediate sia il messaggio?

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Comment(2)

  • mario
    09/01/2012 at 13:53

    il doppiaggio, cavolo, l’accento assurdamente romanesco e la presnza in primissimo piano della voce di lei per tutto il film, hanno distrutto tutto ciò che sarebbe potuto esserci, in questo film…

    • V.
      09/05/2012 at 09:56

      Grazie Mario del commento, le note stonate erano molte…
      sono curiosa, secondo te, quale voleva essere il messaggio della pellicola?

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