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L’incontro con Aimee Bender alla Libreria Centofiori

Io facevo la faccia di quello abituato a tutto, che non si emoziona mai ed è assolutamente rotto a tutte le esperienze. La realtà è che, inspiegabilmente, ero un po’ emozionato: certo, non capita tutti i giorni di potersi godere dal vivo una chiacchierata con una autrice che consideri di enorme talento, ma questo non poteva spiegare del tutto l’agitazione che mi aveva preso.

Nella bella cornice della libreria Centofiori, uno di quegli spazi dove ancora percepisci distintamente l’amore di chi vi lavora per i libri, Aimee Bender ha concluso ieri sera il suo tour italiano, organizzato da Minimum Fax. La guardavo con gli occhi di chi ha adorato la sua scrittura, e non sono stato deluso: Aimee ha lo sguardo intenso di chi cerca bellezza attorno a lei, una bella risata aperta e tutta l’intenzione di condividere con i fortunati che la circondano tutti i suoi pensieri.

Nell’ora abbondante che ci ha dedicato, Aimee ci ha raccontato la genesi dei suoi romanzi e dei suoi racconti, generi letterari che considera di “differente DNA” e distingue soltanto in fase di scrittura, perché è il finale che pare voglia avvicinarsi a lei più che viceversa. Ci ha spiegato l’età della protagonista di “L’inconfondibile tristezza della torta al limone”, indimenticabile personaggio che percepisce i sentimenti di chi ha cucinato assaggiandone i piatti: una bambina di nove anni, età in cui non si è troppo piccoli per non percepire nulla e non ancora dotata dell’identità più chiara seppure in formazione tipica dell’adolescenza. Ci ha accompagnato in un viaggio nei suoi autori di riferimento, regalando al pubblico italiano tutta la sua ammirazione – direi amore – per Italo Calvino, arrivando ad affermare che senza le Cosmicomiche non avrebbe mai potuto scrivere quel piccolo gioiello che è “Un segno invisibile e mio”.

La chiacchierata con Aimee Bender è poi spaziata da semplici curiosità – una che ha scritto per due anni utilizzando come studio una cabina armadio non può non avere tanto da dire! – a considerazioni sulla letteratura americana contemporanea, per arrivare fino ai consigli per la lettura: Grace Paley (tutti a cercare i suoi “Piccoli contrattempi del vivere”!), W.G. Sebald e il suo “Austerlitz”, il recentissimo “Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank” di Nathan Englander, che occhieggia fin dal titolo a Carver, anch’esso amatissimo dalla Bender.

Ma c’è stata una frase che mi ha colpito più di tutte, in risposta ad una domanda sulle sue fonte di ispirazione: “La lettura, la musica, gli incontri, la famiglia, la natura, tutto contribuisce alla mia ispirazione e mi fa crescere”.

Scrivi, Aimee, che noi siamo qui ad aspettarti. E grazie.

aimee bender portrait

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