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Recensione Baci da 100 dollari di Kurt Vonnegut

Hai presente quando sei straconvinto di conoscere una persona, meglio ancora un tuo amico?

Sai bene come reagirà ad una situazione, puoi prevedere con millimetrica precisione quale sarà il punto di un discorso in cui inizierà a sbuffare o quale la scena di un film in cui sobbalzerà sulla sedia, e puoi immaginare senza grandi difficoltà quale sarà il tipo di donna che lo porterà all’esasperazione e quale invece gli causerà quella mutazione genetica pupillare nota come “occhi a cuoricino”.

Ecco, immagina una situazione del genere. E immagina di seguirlo, magari non visto, in una mattinata soleggiata nella tua città, di vederlo entrare in edicola, comprare il solito quotidiano (ti dici “lo sapevo!”), ordinare lo stesso caffè macchiato (ti dici “e figurarsi”), scendere dal marciapiede ed essere quasi travolto da un ciclista distratto. Già lo vedi inveire con gestualità da ultrà e lanciare anatemi di cui non sospetti origine ed esistenza, e invece… e invece lui si fa una risata, e sorride esclamando “C’è mancato poco!”.

Tu ti blocchi, ragionevolmente sorpreso, provi a calcolare quante ore di meditazione gli sia costata questa improvvisa serenità, poi lo vedi scivolare con la suola dell’anfibio (aggravante) su una collinetta di sterco fumante lasciata probabilmente da un alano di due tonnellate e, ciò nonostante, continuare a sorridere. E ti dici che c’è qualcosa che non va, è vero, ma che in fondo l’effetto non è così spiacevole, anzi…

Ecco, se hai letto “Ghiaccio Nove”, “La colazione dei campioni” e magari anche “Mattatoio n. 5”, ti sei preparato ad un Vonnegut come lo conosci tu. Uno che fa della satira di costume, dell’attacco velenoso alla società che lo ha cullato e della idiozia autodistruttiva di tutto il genere umano temi dominanti della sua narrativa, e lo fa con una forza ed una determinazione sarcastica-umoristica-spiazzante tale da colpire proprio qui, dove il tessuto cardiaco batte i suoi colpi momento dopo momento.

Bene, prendi in mano “Baci a 100 dollari” e inizia a leggere, senza alcun timore. Perché supererai presto quello stesso spaesamento che abbiamo immaginato all’inizio, e scoprirai ugualmente che l’effetto è più che positivo, e non riuscirai a smettere di voltare le pagine di questa antologia di racconti certamente diversi dalla tradizionale poetica di Vonnegut, ma altrettanto interessanti. Ti perderai nella sottile ironia di una accoppiata donna-suocera, palpiterai per la follia di una madre che ha perso il figlio in guerra e per la resistenza della nuora: “Ruth” è fra i migliori racconti che abbia mai avuto modo di leggere, tranquillamente al livello di un maestro del genere come Raymond Carver.

Per una volta, non trarrò la citazione dal libro recensito, ma dalla perfezione: ne inquadra la logica ed è una risposta perfetta a chi possa avvertire la sensazione che queste pagine di Vonnegut profumino un po’ di moralismo:

“Quando hai combattuto nella Seconda guerra mondiale, sei sopravvissuto a Dresda, hai mantenuto la tua famiglia e hai adottato i quattro bambini orfani di tua sorella (dopo che lei e suo marito sono morti a pochi giorni di distanza l’una dall’altro), allora disponi di un po’ di credito nella banca dell’autorità morale”

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