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Recensione film Cogan: una noiosa storia di mafia ai tempi della crisi

Stati Uniti, periferia di una grande città, due derelitti tirano a campare ingrassando le fila della micro criminalità. Un giorno si lasciano convincere da un lavandaio (in tutti i sensi) a fregare una bisca clandestina sfruttando gli errori commessi in passato dall’idiota che la gestisce, peccato che intorno ad essa ruoti il business della mafia locale.

Loro sono due ignoranti, uno è pure drogato, entrambi sono spiantati e facilmente ricattabili. S’imbarcano in questa missione suicida, il colpo va bene, l’accusa ricade come previsto sul malcapitato Markie (un imbolsito Ray Liotta). Quello che i due non sanno è che nell’ambiente non tutti l’hanno bevuta e che un vero e proprio Board of Director della mafia stia vagliando l’ipotesi di farli fuori. E qui entra in gioco, Cogan (Brad Pitt), appunto, colui che fa le pulizie per gli innominabili, che uccide esclusivamente chi non conosce e agisce solo da media distanza per evitare che subentrino le umane debolezze.

Fotografia color seppia, corpi madidi per la droga o dal troppo alcol ingerito, un cielo quasi costantemente bianco che non segna orario o stagioni, e polvere, sporcizia e degrado imperanti. Un’immagine della periferia piuttosto comune all’ombra dell’attuale crisi economica, si vede che è l’America ma potrebbe essere ovunque, la parlata è sbiascicata e la recitazione è decisamente first class per dar vita ad un film ben confezionato basato sull’omonimo libro di George V. Higgins.

Presentato all’ultimo festival di Cannes, atteso con curiosità e speranza che a questo giro gli americani facessero faville, “Cogan” è passato senza infamia e senza lode al punto da venir presto dimenticato sino al suo approdo nei cinema. Ed ora eccolo qui, pronto ad invadere le nostre sale e, dopo aver visto e sentito il giudizio di coloro che hanno sfidato le intemperie sur la Croisette, ora attendiamo di vedere la reazione del grande pubblico.

Noi abbiamo faticato a non addormentarci, perché non c’è battuta sagace, recitazione senza sbavature, ottima fotografia che tenga: quando il ritmo zoppica, la palpebra cala. Nessuna suspense (sin dall’inizio sappiamo che fine faranno i malcapitati protagonisti), assenza di battibecchi serrati (ogni tanto veniamo premiati con qualche uscita illuminata che purtroppo si perde nel nulla che la circonda) e appaiono superflue le prove di bravura del suo cast (lo sapevamo già!). “Cogan” non ha la forza né verbale né tanto meno fisica dei film di Tarantino di cui si sente un lontano profumo, però una peculiarità ce l’ha: siamo di fronte alla (ennesima!) trasposizione di un libro, che essendo uscito nel lontano 1974, necessitava di un contesto più attuale e…

È così che i nostri personaggi si muovono con in sottofondo televisori e radio accese che parlano di recessione economica, riconosciamo la timbrica di G. W. Bush e nell’aria si sente che è imminente l’arrivo di un nuovo Presidente. Crisi che si riverbera cinicamente anche nel mondo del crimine organizzato, appunto, che deve arginare le perdite e con mano ferma non fa concessioni a nessuno.

Non oso immaginare quale trasformazione avremmo potuto vedere se la sceneggiatura fosse finita veramente nelle mani di Tarantino, nel mentre possiamo pure dimenticare questo film che vorrebbe essere ciò che non è. Voto: 5, non è abbastanza ironico né tagliente o drammatico.

 

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Comment(1)

  • Anonimo
    10/21/2012 at 23:17

    Lo dico alla Fantozzi: questo film è una c…..a pazzesca!

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