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Storia di una fotografia: la crisi dei missili di Cuba

Vi abbiamo presentato fotografi di ogni genere: uomini, donne, amatori e professionisti, destinati a fama eterna o con nomi persi nell’oblio. Ma non vi avevamo ancora fatto conoscere un fotografo piuttosto particolare, disposto ad utilizzare – letteralmente – migliaia di metri di pellicola. Inutile rimandare la presentazione, quindi eccolo qui in un riuscitissimo ritratto:

Vedo delle facce piuttosto sorprese. Immagino ci si aspettasse qualcosa di più tradizionale, ma ragioniamoci un attimo: chi altro potrebbe vantare la possibilità di scattare immagini con una dettaglio di 80 cm da circa 18.000 metri di altezza, tra l’altro con un corpo macchina che pesi almeno una settantina di chili? Esatto, solo lui, l’oggetto alato rappresentato qui sopra è noto come U-2 (già, come la band, anzi qualcuno sostiene che sia stato di ispirazione…) ed è il protagonista della storia di una fotografia che vi proponiamo oggi.

Limitando al massimo i tecnicismi, l’idea di base allo sviluppo dell’U-2 era semplice: dare vita ad un aeroplano in grado di volare anche molto lentamente ma al di sopra di ogni possibile intercettore sovietico, fosse esso un caccia o un missile scagliato dal suolo. Funzionò piuttosto bene, tanto che a più di 50 anni dal primo decollo (avvenuto ovviamente nell’Area 51…) l’U-2 è ancora impiegato dall’aviazione americana per la ricognizione a lungo raggio. E, soprattutto, fu da questo apparecchio che furono scattate le immagini destinate da essere ricordate in questi giorni.

Era il 14 ottobre 1962, e durante una missione operativa sul cielo di Cuba, le pellicole a bordo dell’U-2 raccolsero infatti le prove delle installazioni missilistiche nucleari sovietiche sull’isola di Fidel Castro.

La notizia rimase nota a non più di dieci alti funzionari statunitensi fino al 22 ottobre, data in cui JFK annunciò in un discorso televisivo la “segretezza e l’inganno” sovietici, avvisando che gli States erano pronti “per ogni eventualità” e imponendo una quarantena di 800 miglia attorno alla costa cubana: una finezza lessicale, dichiarare un “blocco navale” (e si trattava in effetti della stessa cosa) sarebbe equivalso per le norme internazionali ad un atto di guerra.

Si apriva così la “Crisi dei missili di Cuba”, momento che segnò il momento in cui il mondo su cui poggiamo serenamente i piedini si ritrovò ad un millimetro dalla guerra nucleare: le navi sovietiche si avvicinarono alla zona interdetta, i sottomarini e le fregate USA pattugliarono il confine e i marinai delle due potenze si ritrovarono così vicini da potersi scambiare coloriti insulti nelle rispettive lingue madri.

Il 25 ottobre l’ambasciatore sovietico alle Nazioni Unite negò veementemente la presenza di missili sovietici in territorio cubano; pochi minuti dopo, il suo omologo statunitense mostrò per la prima volta in pubblico le immagini scattate dall’U-2, smentendolo clamorosamente e mostrando al globo il dettaglio (oggi diremmo la “risoluzione”) delle immagini scattate dall’U-2.

Tre giorni dopo Krusciov annunciò la rimozione dei missili dall’isola castrista e, lentamente, la situazione tornò alla normale glacialità della Guerra Fredda. In tutto il mondo si tirò un grosso sospiro di sollievo, e le fotografie scattate da mostro alato entrarono nell’immaginario collettivo.

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