Recensione romanzo L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie

E se ti piacciono i gialli, prima o poi ci devi passare. Che magari ti sei goduto le avventure di Poirot quando eri fanciulletto, oppure ti sei spaparanzato non troppo recentemente sul divano per una maratona di una delle interpretazioni filmiche e/o televisive basate sulle avventure dell’investigatore belga che si sono succedute negli anni.

Poi però ci devi passare: magari complice una giornata di pioggia continua che fa venire voglia di accendere la luce vicino alla poltrona, oppure la semplice curiosità di metterti alla prova con una delle più grandi (e oneste, nella trama) scrittici di gialli di tutti i tempi. O, ancora, per avere la conferma di un dubbio che ti ha assalito recentemente: che tra killer seriali, cadaveri a dozzine, esplosioni e sparatorie stile Rambo III, alla fine non possa essere un romanzo del 1926 a conquistarti e affascinanti narrativamente.

Che poi, pensate un po’, la prima traduzione italiana – che risale al 1937 – aveva un titolo persino migliore dell’originale: “The murder of Roger Ackroyd” era stato posposto in “Dalle nove alle dieci”, introduzione perfetta per un romanzo in cui il gioco sottile degli orari ha una rilevanza assoluta. Pari importanza avranno – come è inevitabile in un classico enigma “da camera chiusa”, con potenziali assassini ben identificati – tutti i particolari minuziosi che l’autrice dissemina nel percorso narrativo. Dettagli che potranno essere collezionati e riuniti in un unico e perfetto puzzle soltanto dal genio, dalla logica e dalle “celluline grigie” (cit.) di Hercule Poirot, detective giunto in un ameno paesino inglese per coltivare le zucche e dalla testa oblunga, simile ad un uovo, con pochi scurissimi capelli e un aspetto talmente curato da passare, nelle prime pagine di questo romanzo, per un… parrucchiere!

Orfano del fedele Hastings, amico e biografo delle sue vicende, Poirot ci sarà raccontato dal medico del paese, James Sheppard, io narrante di una trama che concede ad un finissimo umorismo inglese alcune piccole perle dirette ai cugini d’Oltremanica…

«Andiamo, signorina» protestai pacatamente, «non può certo supporre che una ragazza come Flora sia capace di pugnalare suo zio a sangue freddo.»

«Be’, non saprei!» continuò l’altra. «Ho appena finito di leggere un libro sulla malavita parigina, dove si dice che tra le delinquenti più feroci ci sono fanciulle dalla faccia d’angelo.»

«In Francia» disse Caroline.

E poi, naturalmente, c’è il finale. Su cui, come d’abitudine, non mi soffermerò per non alimentare neppure un accenno di spoiler, ma che assicuro essere fra i più geniali ed azzeccati della storia di questo genere letterario di cui – per altri quarantadue secoli – la Christie sarà da considerare Regina assoluta.

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Dici Alfonso e pensi alla sua amata Triestina, alla sua biblioteca (rigorosamente ordinata per case editrici) che cresce a vista d’occhio, alla Moleskine rossa sempre in mano e alla adorata Nikon con la quale cattura scorci di quotidianità, possibilmente tenendo il corpo macchina in bizzarre posizioni, che vengono premiati ma non pensiate di venirlo a sapere. Se non vi risponde al telefono probabilmente ha avuto uno dei tanti imprevisti che riuscirà a tramutare in un esilarante racconto di “Viva la sfiga!”. Perché lui ha ironia da vendere ed un vocabolario che va controcorrente in questo mondo dominato dagli sms e dagli acronimi indecifrabili. Decisamente il più polivalente di tutti noi dato che è… il nostro (e non solo) Blogger senior che con il suo alfonso76.com ha fatto entrare la blog-o-sfera nella nostra quotidianità.

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