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L’archivio fotografico Corbis

Oggi vi propongo un piccolo quiz. Sapreste indicare cosa accomuna queste tre immagini?

Primi voli dei Wright © Corbis / Bettmann

 

Teenager alla stazione, 1960 © Corbis / Bettmann

 

Audrey Hepburn riceve l’Oscar nel 1954 © Corbis / Bettmann

Ehm… si grazie per aver alzato la mano, ma intendevo un’altra caratteristica comune oltre al fatto che sono tutte e tre in bianco e nero. 🙂

Sveliamo subito il mistero: si tratta di tre delle 19 milioni (!) di immagini che sono attualmente conservate 67 metri sotto il livello del suolo a circa 20 gradi centigradi sotto lo zero, in piena Pennsylvania. E’ il leggendario archivio Bettmann, una collezione di quasi venti milioni di pezzi che affonda la sua storia nel 1936, quando Otto Bettmann – appunto – cominciò ad accumulare immagini che avessero la caratteristica di raccontare una storia, inventando quasi incidentalmente quello oggi noto come “the image resource business”.

Fuggito dalla oscura e tragica Germania del periodo con un primo archivio di circa 15.000 immagini, Bettmann continuò a collezionare fino a dover trasferire una tonnellata di raccoglitori dal suo appartamento newyorkese ad uno spazio ben più imponente nella Grande Mela, prima di cedere il tutto nel 1981.

Quattordici anni dopo, nel 1995, l’archivio fu acquistato dalla Corbis, gigante della stock photography fondata da Bill Gates (ne azzecca una pure lui, di tanto in tanto). E nel 2002, considerato l’enorme potenziale economico del lotto e preoccupati per lo stato di conservazione delle immagini, i dirigenti della Corbis decisero di affidare la conservazione dei documenti ad una struttura ricavata da una cava, a grande profondità e in una zona lontana da faglie in grado di provocare scosse sismiche.

Sicurezza da catastrofi naturali, senza dubbio, ma anche l’opportunità di mantenere in condizioni di perfetta sterilizzazione le preziose fotografie. Con un pensiero anche alla temperatura: avete presenti le foto della vostra prima comunione, con quella patina giallastra che fa assomigliare voi e i vostri invitati al raduno annuale dei malati di itterizia? Ecco, tenete presente che una stampa a colori Ektachrome 2203 ha una durata di circa 7 anni a 24° centigradi, che si innalzano a più di sei decadi se conservata a circa 8° e che diventano… ehm… 2.900 (duemilanovecento!) ai 20° sottozero in cui è oggi conservato l’archivio Bettmann.

Traducendo, è come dire che una fotografia stampata nel 1992 su quella carta avrà oggi ampie probabilità di essere alterata, potrà essere conservata fino ai vostri nipotini se la piazzate in una cantina di Bolzano e potrà essere osservata da curiosi alieni con le antennine verdi nel 4.992 d.C. se la affidate ai nostri amici di Corbis (che dubito l’approverebbero, comunque).

Vado a dormire più tranquillo, ora che so che la maggior parte delle Grandi Fotografie della nostra storia riposano in un luogo sufficientemente sicuro.

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