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La Bottega dei Suicidi: è solo una favola

Vita di città, impiegati in fila per andare al lavoro, gente incupita, stanca, sola, grigia come i palazzi, le strade, il paesaggio circostante. Il peso della routine, dello stress, dell’assenza di tempo libero apre la porta prima alla noia, poi alla perdita di voglia di vivere sino al giorno in cui si molla cercando sollievo con metodi drastici. Una realtà che non è del tutto inverosimile, in molti potrebbero infatti immedesimarsi nelle vite descritte da questo libro intelligente, lungimirante, giocoso ma amarissimo nello sfondo, nel messaggio, che disegna quello che potrebbe essere il nostro domani, se non addirittura un presente che non vogliamo vedere.

Un libro, esatto, parliamo prima di tutto dello scritto nato dalla penna di Jean Teulé con l’intento di infondere gioia di vivere nei giovani e di far riflettere i grandi, coloro che dovrebbero essere adulti e responsabili. Sagace, colorato, sottile e delicato anche nella sua trasposizione per mano di Patrice Leconte, regista con esordi di fumettista, che qui da vita alla sua prima animazione. Coerentemente con lo spirito che lo contraddistingue, il maestro non ha trasposto su grande schermo un libro qualunque, bensì ha scelto un’opera pressoché unica nel suo genere, La bottega dei Suicidi.

La “bottega” è un luogo a suo modo magico, l’isola felice per vite infelici, l’arcobaleno sulla città triste, è un negozio che riesce ad infondere coraggio, a rafforzare gli animi e a far ottenere il successo ai propri clienti. D’altro canto se il suo motto suona più o meno così “se la tua vita è andata in malora, fai della tua morte un successo”, non ci si può attendere nulla di diverso, no? La gente entra in questa oasi, trova ciò che fa al caso suo e per una (l’unica) volta rincasa soddisfatta 🙂
Eh già, parliamo, anzi ironizziamo, di suicidio, lo usiamo come punto di partenza della nostra favola, che prende il volo con la nascita di Alan, un bambino che sin dal primo vagito ha sempre sorriso, visto solo il lato bello della vita ed ha una mentalità da vero guru del pensiero positivo. Alan ha però un problemino non di poco conto: viene considerato la maledizione della sua famiglia che da generazioni è la proprietaria della florida bottega… dei suicidi, opps!

E così il ragazzino più solare dell’intero isolato viene vissuto come uno scherzo di madre natura da mamma Lucréce e papà Mishima (che avrà addirittura un crollo nervoso), e avrà sulle sue spalle il compito di contagiare tutti con la sua visione in technicolor del mondo. Alan non si perderà d’animo e concepirà un piano. Oltre è inutile andare, il libro imbocca una via mentre il lungometraggio un’altra e focalizzando sulla pellicola, beh è un inno alla gioia in perfetto spirito natalizio, un vero e proprio tripudio dei buoni sentimenti.

Voto: 6 ½. Adoro il grottesco e le battute controcorrente, mi piacciono il tratto e la durata esigua che non permette di annoiarsi, apprezzo la sua audacia, quindi l’epico finale con virata buonista lo giustifico come tentativo di far cogliere solo il lato positivo e giocoso della storia ai bambini. Per ora non ci è dato sapere se l’escamotage sia efficace, di certo coloro che hanno raggiunto la maggiore età avvertiranno le ultime battute come il punto più debole di un’opera godibile e per nulla offensiva.

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