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The Master: recensione del nuovo atteso film di Paul Thomas Anderson

The Master, la guida, il mentore, la persona che ti accompagna nella crescita, colui che lascia il segno per sempre, un riferimento unico. L’uomo carismatico di questa storia, che porta nuovamente dietro la macchina da presa Paul Thomas Anderson, è Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), leader di un gruppo nascente denominato La Causa, che segue una filosofia di vita piuttosto bizzarra. Persone che trascorrono liberamente la propria esistenza sino al giorno in cui iniziano a fare proselitismo, fonte di non poche complicazioni .Visti da alcuni come innovatori e da altri come un gruppo di sgangherati, di sicuro sono l’emblema di un essere umano in crisi che non piace a molti.

Siamo in America, sono gli anni ’50 ed è appena finita la guerra, Freddie (Joaquin Phoenix), un reduce della marina, torna a casa con un bagaglio di problemi che si va a sommare ai suoi non semplici trascorsi familiari. Che egli abbia vissuto un’esperienza tragica è intuibile, così come che la sua famiglia non fosse del tutto convenzionale. Dopo qualche scatto di ira ed altre idiozie che lo portano all’ennesima fuga, una mattina Freddie si sveglia a bordo di una barca che ha preso il largo: è quella dei Lancaster e con loro arriverà prima a New York poi a Philadelphia diventando il protetto dell’eccentrico ed accentratore capo famiglia.
L’inquieto protagonista della nuova opera di Anderson calza a pennello con il suo interprete, Joaquin Phoenix, uomo spesso eccentrico, ma dalle abilità recitative innegabili. L’interpretazione è intensa, il suo Freddie è sofferente e alterna una lucidità sopraffina a momenti di squilibrio. A tenergli testa un attore caro al regista, Philip Seymour Hoffman, che impersona in modo maniacale un leader fastidioso, saccente, egocentrico ed ipnotico. Insomma, siamo difronte a due meravigliose performance che ci fanno infine comprendere (e condividere) la decisione di premiare i due attori ex-aequo all’ultima mostra del cinema in laguna.

Il film fotografa una società, una realtà tipica dell’epoca ma viva ancora oggi, perché le pene e lo smarrimento interiore (e non solo) sono senza tempo. L’opera è, infatti, in linea con le precedenti del regista, s’addentra nell’animo umano e nella sua sofferenza, ci mostra le situazioni in cui perdiamo il controllo, quando gli istinti hanno il dominio sulla razionalità facendo emergere le conseguenze di qualsiasi trauma, anche quello di cui non siamo coscienti. E sempre coerentemente con i temi cari ad Anderson, anche qui si crea una (non) famiglia, i personaggi s’aggregano nella ricerca di protezione e salvezza dalle proprie carenze affettive e non solo .
L’autore pare incupito e la fotografia attenta ai minimi particolari riesce, non solo a rendere reali i luoghi e il tempo, ma soprattutto a dare spessore agli stati d’animo, facendosi scura molto più rispetto al passato e scalzando via del tutto anche la più sottile ironia. Nonostante il film ricrei situazioni tipiche di caste, sette, gruppi talvolta dal forte potere economico ben integrati nella nostra società, non è una crociata contro alcuna religione o l’establishment, i riflettori sono sempre e solo puntati su l’uomo, il suo ego e la sua anima inquieta.

Voto: 8 -. La potenza delle interpretazioni è impressionante, l’opera trascina ma la lunghezza in certi momenti si avverte. Film non leggero adatto a coloro di grande spirito… critico.

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