Recensione film Il figlio dell’altra: l’amore non conosce confini

Continuando la nostra passeggiata per il globo, oggi ci spostiamo in un territorio non tanto distante da noi, in prossimità di uno dei muri più famigerati del passato recente. Siamo in una terra tanto carica di storia quanto di tensione, rabbia, incomprensioni e in generale di sofferenza e per un paio di ore varchiamo quel confine per seguire due giovani le cui vite iniziate differentemente s’intrecceranno per sempre. “Il figlio dell’altra” racconta, infatti, di Joseph e Yacine, due giovani che stanno per fare il loro ingresso nel mondo degli adulti e infine possono determinare il proprio destino o, per lo meno, così credono sino a quando Joseph si reca alle visite per il servizio di leva nell’esercito israeliano.

Joseph, figlio di un militare, cresciuto parlando più lingue, coccolato e protetto sino al momento in cui va a servire la patria, involontariamente fa emerge un segreto di cui nessuno era a conoscenza: quasi vent’anni prima, in una situazione di guerra, due donne nel medesimo ospedale hanno dato alla luce due figli maschi che vengono a loro insaputa scambiati. Notizia di per sé davvero traumatica che diventa esplosiva e ancora meno digeribile se si tratta di due famiglie che oggi si ritrovano una a Tel Aviv e l’altra nei territori occupati della Cisgiordania.

Un gruppo di persone con un confine militarizzato che le separa, con un muro psicologico che le pietrifica e con una barriera ideologica che le farà scontrare, riuscirà per amore (e correndo non pochi rischi) ad abbattere e superare tutti questi ostacoli riuscendo alla fine a trovare il modo di conoscersi e convivere.

Da un lato, infatti, vediamo le differenze culturali e tutte quelle umane barriere che pian piano si sgretolano in nome di un sentimento universale; dall’altro notiamo le differenze generazionali, gli adulti carichi del loro passato che si pongono problemi che i giovani neppure percepiscono, i primi diffidenti per convenzione i secondi per paura di perdere la propria identità e gli affetti di casa; da ultimo emerge, quasi involontariamente, un affresco culturale, molto più efficace di tante altre storie politicizzate o che si pongono come manifesto religioso.

Nessun intento di fare propaganda, di mostrare la propria versione degli eventi storici o di suggerire una soluzione efficace a una situazione che si protrae da molto tempo; qui si parla solo di esseri umani, di un fatale errore e di come genitori e figli, donne e uomini, adulti (col loro carico di ricordi e opinioni) e giovani (zavorrati da un ben più leggero e innocente bagaglio) reagiscano differentemente ma, soprattutto, si mostrano i naturali scontri tra istinti e razionalità. Tutti concetti senza un passaporto!

Il risultato è toccante, dolce, mai strappalacrime e di un’intensità davvero inattesa. La pellicola, infatti, scorre, avvince, incuriosisce e ci tiene sulla corda facendoci sperare nel lieto fine sino alle ultime battute. Il nostro voto non può quindi che essere un 7. Un’opera semplice che con estrema delicatezza ci cattura perché l’amore dei genitori per i figli è in grado di far superare limiti che tante volte non si è coscienti di poter affrontare. Un piccolo grande film da non lasciarsi sfuggire.

About V.

Ennio Flaiano amava ricordare che "Il cinema è l'unica forma d'arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile.", ed e' V. ad accompagnarci con passione e sensibilità nelle mille sfaccettature di un'arte in movimento. Una guida competente e appassionata, che scrive con la testa ed il cuore e ci costringe, piacevolmente, a correre al cinema per godere di una buona pellicola, o ci consente di risparmiarci euro e fatica quando un film proprio non si può vedere.

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