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Recensione film Il Lato Positivo: una Jennifer Lawrence da Oscar

Oggi parliamo di Pat Solatano, un uomo come tanti, un insegnante di liceo, giovane, con una bella moglie e una vita pianificata sino al giorno in cui accade qualcosa, si arrabbia, perde la testa e si ritrova da vittima a carnefice, quindi viene rinchiuso, ma non in gabbia bensì in un ospedale… psichiatrico, dove scopre che la fonte dei suoi guai è quel carattere “difficile” (a sua volta) vittima dell’anarchica chimica della sua testa.

E così Pat segue la riabilitazione e poi ritorna a vivere in famiglia. Esatto, con mamma e papà nel quartiere a quasi quarant’anni (!) dove tutti sono strani, lo tengono alla larga per paura faccia il matto e soprattutto non menzionano mai la sua (ex) moglie -Piccolo mistero che non vi svelerò! Il nostro protagonista non si perde d’animo, pensa solo positivo e fa di tutto per rimettersi in carreggiata così da riconquistarsi la vita di prima al momento totalmente svanita (niente moglie, niente casa, niente lavoro), nel mentre però incontra Tiffany (Jennifer Lawrence) la quale, essendo più fuori di lui, lo avvicina e riesce a stabilire un’intesa, che cambierà per sempre entrambi.

“Il Lato Positivo” è una commedia amara o, se preferite, un dramma con il sorriso, le battute non mancano, ma è triste e molto reale. Perché gli scatti di rabbia, il bipolarismo, la depressione, gli psicofarmaci, la psicoterapia non sono un’esclusiva dei malati che indossano la camicia di forza, sono tutti intorno a noi e ciò ci porta dentro la stanza accanto ai personaggi che popolano questa storia e a tifare per la favola sperando che anche al di qua dello schermo possa esserci un lieto fine.

Un film sulla perdita di tutto e soprattutto del proprio baricentro, sulla fatica nell’accettare la situazione e nel trovare un nuovo scopo su cui focalizzare, non rimanere aggrappati agli stereotipi e ad andare sempre avanti con la certezza che alla fine si raggiungerà l’obiettivo e tutti i tasselli del puzzle andranno al loro posto. Ecco, forse questa è la parte più americana del film, che giustifica il risultato al box office oltre oceano e che più si discosta da noi. Perché loro sono proprio così e ci piacciono per questo. In questa pellicola sono stati davvero garbati, per nulla melodrammatici e, anzi, ironizzano sulla propria middle class coi suoi rituali, le sue vedute che non superano lo steccato che segna il confine con il vicino, la sua necessità di routine.

Molto pacato e sagace, decisamente efficace, con un taglio tutto made in USA e con un soggetto più universale di quanto si voglia credere. Non stupisce quindi scoprire che il regista sia il medesimo di “The Fighter” e che la scelta del cast appaia davvero accurata. Impossibile non segnalare, infatti, la nostra gioia nel vedere Robert De Niro impersonare un padre preoccupato per un figlio senza un marcato accento da folkloristica Little Italy e un convincente Bradley Cooper, per una volta non nei panni dello strafatto che si è perso un amico durante l’ennesima avventura di “Una notte da Leoni”.

Tutti promossi e non possiamo che condividere la scelta dell’Academy di premiare la giovane Jennifer Lawrence.

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