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Recensione film Come un Tuono: il prezzo degli errori

Un eroe, un temerario stuntman con un suo pubblico affezionato, avvolto dal grigiume, dallo squallore e dalla precarietà. Ogni immagine, sin dai primi fotogrammi, ben comunica tristezza e ci fa presagire che la storia che sta per iniziare difficilmente avrà una conclusione felice. “Come un Tuono” era un film atteso, una pellicola avvolta da un’alea di mistero e con un pubblico carico di sogni e speranze. Alla fine si è rivelato un racconto intrigante, drammatico e a suo modo accattivante sino all’ipotetica conclusione perfetta, che invece si è rivelata solo la chiusura intermedia di un’opera troppo lunga e con un tale cambio di registro da parere l’unione non del tutto riuscita di due lavori nati da volontà e polsi molto diversi tra loro.

La prima storia vista è quella di un motociclista che si guadagna da vivere facendo il “fenomeno” da circo, che dopo aver scoperto per caso di essere divenuto padre decide dalla sera alla mattina di trasformarsi in genitore presente e amorevole, dimenticandosi di interpellare le altre persone coinvolte e, come intuibile, le migliori intenzioni si trasformeranno in un vero disastro. E’ invece meno immaginabile come siano riusciti a convivere sul set due divi del calibro di Ryan Gosling e Bradley Cooper: l’escamotage utilizzato, il passaggio del testimone, ha indotto i nostri istinti a sorridere e ripetere (mentalmente e non solo) quanto fosse “geniale” l’idea avuta dal regista.

E c’è di più, stupisce anche il titolo che con poche parole suggerisce un’istantanea dei personaggi, tutti destinati alla sofferenza, mettendoci nella giusta direzione, un sentiero in cui incontriamo due uomini, due coetanei di estrazione, aspirazioni e destini differenti che s’incroceranno per pochi ma cruciali attimi. E qui arriviamo alla nota dolente, se il cambio di protagonista ci era talmente piaciuto da predisporci a righe che esaltavano la stravaganza, l’audacia e l’accurata confezione dell’opera, meno abbiamo compreso il motivo per cui si sia deciso di prolungare la storia inserendo quello che a molti è apparso come un terzo tempo, un atto sprovvisto della brillantezza dei precedenti capitoli che introduce una nuova generazione alle prese coi medesimi demoni con cui sono ancora in lotta i padri.

Degni figli dei loro genitori, due giovani divengono così – improvvisamente e nostro malgrado – i protagonisti del finale di un film che, da fine e acuto dramma d’autore, si tramuta in un qualcosa di assimilabile a una telenovela sudamericana anni ’80. Va bene il salto generazionale, meno bene che i registri si abbassino sempre più man mano che si avvicina l’epilogo di questa saga di famiglie in cui scarseggia la joie de vivre.

Storie con protagonisti sofferenti e senza speranze, intenti a cambiare un destino che appare già disegnato, le cui scelte si ripercuoteranno sempre e comunque sui loro cari, con molta voglia di redenzione e con le solite dinamiche padre-figlio, non sono nuove e facilmente annoiano. L’insufficienza non possiamo darla: fotografia, attenzione ai particolari, recitazione e le prime due parti sono troppo sopra le righe, siamo però dispiaciuti di non poter gridare al miracolo (in fondo, in fondo, ci speravamo…).

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