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Storia di una foto: potenti della Terra alle prese con le cravatte

Apriamo i giornali e leggiamo con una certa preoccupazione titoli e commenti sulla recentissima crisi nordcoreana. Come se non fossero sufficienti le angosce per la situazione politica locale e i piccoli e grandi dolori che viviamo nella vita di tutti i giorni, questi annunciano serenamente di essere pronti a sganciare ordigni nucleari come se fossero arance il giorno di Carnevale ad Ivrea.

In tale contesto, e alla ricerca di un minimo di serenità, é giunto il momento di raccontare di una foto e di una giornata che avevano fatto sorgere grandi speranze. Aspettative largamente disilluse in epoca successiva, ma forse non è poi così importante: meglio ricordare quel momento, ed anelare ad un soffio di vento pacifico che ci farebbe un gran bene anche in questo aprile 2013.

L’autore fa parte di una di quelle categorie di fotografi che non sono semplicissime da definire: una via di mezzo fra il fotoreporter “embedded” (tradizionalmente associate alle truppe al fronte su autorizzazione militare) ed i più tradizionali fotografi da celebrazioni: si tratta infatti di Barbara Kinney, che durante l’amministrazione Clinton ebbe l’onore e l’onore di seguire il presidente USA in tutte le manifestazioni pubbliche e di ritrarrò anche durante gli incontri ufficiali alla Casa Bianca.

Il 28 settembre 1995 la Red Room, stanza che precede la sala in cui si firmano gli accordi internazionali di maggior rilevanza, vede la presenza di una serie di personaggi che ritroveremo sui libri di storia: Re Hussein di Giordania, il premier israeliano Rabin, Yasser Arafat, lo stesso Clinton e il presidente Mubarak (privo di nipotine al seguito…). si stanno per ratificare gli accordi faticosamente raggiunti nella seconda sessione dei negoziati di Oslo, ed il mondo vede per la prima volta da una serie quasi incalcolabile di anni la pace nel Medio Oriente come una eventualità non del tutto impraticabile. L’assassinio di Rabin poche settimane dopo renderà tutto più complicato, ma i cinque grandi in questo momento non lo sanno.

Un assistente di Clinton, con un cenno, fa notare al presidente che il nodo della cravatta non è perfetto. Clinton lo sistema, e nell’arco di un secondo – riflessi incondizionati che colpiscono i potenti come il più umile degli impiegati prima di una riunione importante – tutti portano le mani al collo.

Permane il mistero sull’espressione di Arafat, che è dalla parte dello spettatore: di schiena rispetto al nostro sguardo, rivolge gli occhi come noi ad un momento misto fra intimità, umanità e pura storia. Uno scatto fortunato, intelligente, bellissimo, che vince il primo premio per le News al World Photo Press di quell’anno ricco di speranze.

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