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Storia di una fotografia: The critic di Weegee

È il 22 novembre 1943 e due donne dell’alta società sono appena scese dalla loro limousine per godersi una prima alla Metropolitan Opera. Due eventi si susseguono con estrema velocità: alla loro sinistra, una ubriaca si avventa sul tappeto rosso che stanno percorrendo, e di fronte a loro una macchina fotografica ed un flash immortalano quel momento e tutto il contrasto che esprime.

Quella macchina fotografica è saldamente impugnata da un mito del fotogiornalismo: si tratta di Weegee, al secolo Arthur Fellig, personaggio incredibile prima ancora che artista, capace di dormire in auto nei pressi di una centrale di polizia o di intercettarne le frequenze per poter immortalare prima di tutti gli omicidi che costellavano la New York degli anni Trenta. La sua presenza sui luoghi del crimine era così costante da attribuirgli il soprannome di “Omicidi SpA”, a cui volle preferire lo pseudonimo Weegee, forse equivalente fonetico dell’Ouija, un popolare gioco dell’epoca che prediceva il futuro. Ed anche lo scatto che abbiamo visto e descritto qualche riga fa sembra essere figlio di una incredibile capacità di immaginare quello che sta per accadere. Ma questa volta, e sarà un evento rara nella carriera di Weegee, un piccolo trucco c’è.

Sará infatti Louie Liotta, assistente del reporter americano, a rivelare a quasi quaranta anni di distanza dal colpo di flash un piccolo retroscena: era stato lo stesso Weegee a chiedergli di battere i bar dei dintorni ala ricerca di un ubriacone. Identificata la preda, Liotta aveva provveduto a completare l’opera con una cascata di vino scadente ma certamente apprezzata dalla signora e ad accompagnarla fino all’ingresso del teatro.

L’immagine, intitolata in un primo momento “The Fashionable People” e pubblicata da Life, fu successivamente rinominata “The critic”, etichetta con cui è nota ancora oggi. Il drammatico bianco e nero, tipico della scrittura con la luce di Weegee, ed il contrasto fra la situazione disperata della donna e la cura del dettaglio delle due curatissime signore (benefattrici, tra l’altro, dei maggiori enti culturali della Grande Mela) rendono questo scatto assolutamente riuscito, e ben rappresentano – nonostante la parziale “messa in scena” – la capacità narrativa di un grande della fotografia: un autore in grado di raccontare con le immagini le mille contraddizioni delle metropoli americane, e a renderle brutalmente poetiche.

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