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Recensione film Miele di Valeria Golino

Giorni fa mi son trovata a correre per vedere il film che difenderà il Tricolore sulla Croisette tra poco più di una settimana nella sezione “Un Certain Regard”, che è pure l’esordio dietro la macchina da presa di un’attrice italiana che non mi fa impazzire, ma la cui carriera è strabiliante e gode di tutto il mio rispetto. E poi sapete cos’è accaduto? L’opera era talmente confezionata con dovizia e gentilezza dalla prima all’ultima inquadratura che, nonostante la storia non sia riuscita a catturarmi o straziarmi, non ho potuto fare altro che ammorbidirmi e divenire meno critica verso l’argomento trattato (ultimamente davvero inflazionato) e verso la regista, e il motivo è semplice: se tutti gli esordienti di casa nostra fossero a questo livello il cinema italiano godrebbe di ben altra nomea.

E poi… e poi è difficile fermarsi perché “Miele”, la pellicola di Valeria Golino, ci stimola da subito, mentre ancora scorre davanti ai nostri occhi, a pensare e dire tante cose. Ben presto, infatti, ci rendiamo conto che rimaniamo sorpresi non per i pregi bensì per ciò che manca e che ci avrebbe concesso d’innalzare il film nel cine-olimpo. Perché quest’opera, nonostante i piccoli difetti e le cose che possono (più o meno) piacere, non si può proprio demolire!

Miele è il nome che una giovane (Jasmine Trinca), la nostra protagonista, utilizza durante l’orario lavorativo per mantenere l’anonimato di fronte ai clienti molto particolari con cui ha a che fare quasi ogni giorno. Massimo riserbo è, infatti, la regola d’oro di una professione che agli occhi di molti non solo è illegale, ma è addirittura inconcepibile: Irene, questo il suo vero nome, aiuta le persone a “dipartire” quando la malattia toglie loro la motivazione a protrarre una lotta divenuta vana.

Il film è liberamente ispirato al libro “A Nome Tuo” di Mauro Covacich e nonostante l’eutanasia sia onnipresente, riesce a farci concentrare non sulle sofferenze dei malati terminali, ma su Irene e la sua solitudine, la sua inquietudine, i suoi problemi, la sua vita finto-frenetica e realmente incasinata, ma soprattutto sulla sua crescita che subisce un’accelerazione il giorno in cui incontra l’ing. Carlo Grimaldi (Carlo Cecchi).

L’uomo è un settantenne perfettamente in salute che però ha il mal di vivere e vuole farla finita, ma ciò è contro i principi della ragazza che presto si rende conto di essere caduta in un inganno. Il risultato è la nascita di uno scontro-incontro tra i due animi sofferenti (anche se in modo diverso), un vero confronto tra due generazioni distanti che riescono a trovare il ponte attraverso il quale iniziare uno scambio da cui trarre ricchezza e nuova consapevolezza.

Alla fine, quindi, i temi affrontati sono più d’uno: il tabù dell’eutanasia, che nel nostro Paese fa ancora paura nonostante siamo nel 2013, e soprattutto il rapporto tra i due protagonisti fragili, maturi, diversi e immersi in un continuo testa a testa che funziona nonostante ogni sviluppo dell’intreccio sia evidente e poco sorprendente. Ma, forse, è proprio il fatto che Irene e Carlo siano così umani e imperfetti a facilitarci l’immedesimazione…

Incredibilmente, infatti, il cast non scivola, non cede, cambia pelle rendendo i personaggi credibili e non più distinguibili dall’attore; quindi, la signora Golino, nonostante si senta un’esordiente, ha saputo mettere bene a frutto quanto appreso nel mondo del cinema ed è stata davvero brava nelle scelte, nel dirigere i suoi attori e a non confezionare un lavoro “lacrimoso”.

E’ vero, la storia non mi ha sedotta, ho notato tutto ciò che non mi piaceva e ho cercato in vano qualcosa a cui aggrapparmi per entrare nello schermo ma, probabilmente, il mio problema non è con il film bensì con il libro alle sue spalle, quindi chiudo con un’ulteriore nota positiva: questa pellicola ha una colonna sonora a dir poco notevole, ogni brano è una sorpresa e calza a pennello con il personaggio, la situazione, la narrazione. Di nuovo, pas mal Mme Golino!

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