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Recensione film L’uomo con i pugni di ferro: l’esordio alla regia di RZA

Sponsorizzato da Quentin Tarantino, con cammei di Eli Roth, Gordon Liu e Pam Grier, di fatto questo film sin dai titoli di testa pare un divertissement, decisamente di lusso, tra amici di vecchia data. Una voce narrante calda (quella del regista), una cittadina “Jungle Village” che pare sospesa nella terra di mezzo, e una gran quantità di uomini con gli occhi a mandorla che si danno botte da orbi a ritmo di musica hip-hop, in uno stile poco poetico e molto gangsta, danno il via alla nostra storia.

“L’uomo con i pugni di ferro” è un fumettone, che rende omaggio ai classici del kung-fu, senza rinunciare al gusto splatter caro al nuovo millennio e con un cast altisonante che probabilmente ha riso dal primo all’ultimo minuto. Attento al particolare, ben ritmato, con una fotografia livida al punto giusto per dar risalto ai fiumi di sangue che sgorgano da ogni dove, tutte le scelte parrebbero davvero azzeccate se non fosse che sono proprio loro a mettere in luce quanto il film viva all’ombra di “Djiango Unchained” e il motivo è presto chiaro a tutti.

©Universal Pictures

Quentin Tarantino (da qui in avanti Q.T.) è ovunque: la pellicola si presenta ai nostri occhi come uno svecchiato western in salsa di soja (cosa che piace tanto, appunto, al direttore d’orchestra Q.T.); ben presto ci dimentichiamo sia l’esordio alla regia RZA, ossia di un allievo e collaboratore di Q.T., perché potrebbe essere diretta da Q.T. stesso o da altro discepolo; e viene presentata dal maestro Q.T. che si espone quindi in prima persona (pur non apparendo in alcun fotogramma).

E non finisce qui, il film pareva davvero benedetto: co-sceneggiato da due amici, RZA e Eli Roth; co-interpretato da altro amico del regista, ossia niente meno che il premio Oscar Russell Crowe qui mercenario under cover al servizio dell’Imperatore; e con un soggetto partorito dalla fantasia degli sceneggiatori – e in questo periodo di trasposizioni su grande schermo di enormi fette della letteratura dei secoli passati, fiabe incluse (!!!), questo è un plus non di poco conto.

©Universal Pictures

L’opera è un po’ wuxia, un po’ action, un po’ martial e molto revenge, strizzando l’occhiolino al black e al girl power, non abusa del sesso (anche se avrebbe potuto), né della violenza (è un costante ovvio sottofondo) e tutto sommato scorre alla stessa velocità (elevata) con cui verrà dimenticata. Tutto è bello ma purtroppo nulla è memorabile in questa storia di tre uomini provenienti da tre continenti che s’incontrano nell’infernale Jungle Village e si supportano per sconfiggere il comune nemico, con la variabile della bella maitresse Lucy Liu e delle sue Signore del piacere.

Mescolando diversi generi (in un modo che riesce bene e -soprattutto- risulta unico e innovativo solo a Tarantino) e molti argomenti, ne emerge un film ben confezionato ma superficiale e con evidenti difetti. Esatto, il bravo musicista e attore RZA qui è un diligente scolaro che ha ben imitato il maestro, ma pur sempre di riproduzione si tratta e con una sceneggiatura unica, non va per nulla bene. Peccato, gli elementi c’erano tutti, mancava solo una cosa: la mano giusta, quella mano che era presente, ma solo da spettatrice 😉

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