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Recensione della commedia Mi rifaccio vivo di Sergio Rubini

Tutti abbiamo avuto almeno un nemico nella vita, il primo probabilmente tra i banchi di scuola, era il ragazzino più popolare, più sportivo, più intelligente e magari pure più ricco degli altri che organizzava feste come i “grandi” e con genitori che lo trattavano da Principe. Impossibile essergli amico, la competizione era eccessiva e grazie al cielo era consentito stargli alla larga… da questo punto in poi prende il via la nuova fatica di Sergio Rubini, arrivata ieri nei cinema sotto casa.

Questa è la storia di Biagio Bianchetti (Pasquale Petrolo), un ragazzo normale, mediamente popolare tra i compagni (e le compagne!) che, una volta cresciuto, è divenuto imprenditore cauto e marito devoto. Ma, un giorno, tutto cambia perché la ruota non ha mai smesso di girare ed è tornata al punto di partenza: Ottone Di Valerio (Neri Marcoré), il compagno di scuola ultimo arrivato che aveva tutto e primeggiava in classe, apre un grande magazzino beffardamente di fronte al suo, decretandone la bancarotta. A questo punto, all’orizzonte Biagio non vede più via d’uscita e decide di farla finita, ma fa i conti senza il famoso oste e…

… il nostro protagonista si ritrova prima in compagnia di un moderno Caronte (Sergio Rubini) a bordo di uno sgangherato taxi, poi avvolto da un morbido e candido accappatoio tra angeli frustrati e poco affabili col compito di “smistare le anime” e infine a mercanteggiare il proprio futuro con gli arcangeli: una settimana sulla terra per guadagnarsi il paradiso, ma non nei propri panni bensì in quelli di Dennis Ruffino (Emilio Solfrizzi), il socio del suo peggior nemico per fare del bene proprio a Ottone!

Inizia così una commedia sobria e ricca di gag dedicata al valore degli affetti e dell’amicizia, talvolta inattesa ma sempre molto importante nella nostra vita. Alla fine, come da tradizione, la risata è triste, perché se l’immedesimazione funziona ci induce a pensare ai rapporti che nel nostro passato sono finiti male. Rubini ci prova e, tutto sommato, riesce nel suo intento: il film scorre, ha un ritmo costante ed è dignitoso, perfetto per la TV meno (forse) per il cinema, ma (sicuramente) avrebbe riempito le sale durante le piovose giornate delle festività appena trascorse.

Purtroppo, il profumo di “Il paradiso può attendere” di Warren Beatty, e il ricordo (seppur sbiadito) di “Una settimana da Dio” e di “Ultima fermata: Paradiso” è nell’aria; l’idea di un secondo giro sulla terra quale espiazione ricompare nei film a cadenza regolare, quindi il soggetto non è nuovo; e aver utilizzato un folto gruppo di comici del piccolo schermo, sono tutti elementi che non hanno aiutato a nobilitare l’opera. E poi, c’è quella fastidiosa vena triste che rende la risata greve e le impedisce di essere liberatoria, costante ancoraggio alla realtà e memento dei momenti miseri della nostra esistenza. Se narriamo una favola, ogni tanto possiamo fare in modo che lo sia fino in fondo, soprattutto con questa crisi che affossa il buon umore di molti di noi?

Voto: sufficiente. Premio la sobrietà, la scorrevolezza e l’assenza di scivoloni. Il film piacerà ai più, ma rimango convinta fosse più adatto alla televisione.

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