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Recensione della commedia cinese LOST IN THAILAND

Lost in Thailand è un film la cui eco sta facendo il giro del mondo, dopo che è riuscito a spodestare dal gradino più alto dei box office asiatici un kolossal del calibro di Avatar. Lost in Thailand è un on the road comico-demenziale con protagonisti tre cinesi in terra straniera (la Thailandia, appunto) con problemi linguistici e costretti a rinunciare alla tecnologia, fuori uso per una serie di sfortunati eventi. Lost in Thailand è la dimostrazione che la cinematografia cinese possa essere all’altezza di Hollywood e che, infatti, dopo aver intrattenuto l’immensa madrepatria, riesce a far ridere anche platee a molti chilometri di distanza. Lost in Thailand è un film che mi ha lasciata molto perplessa.

Ho deciso, domani chiamo il medico e faccio un check-up, devo avere qualche neurone fuori fase, perché per la seconda volta in poco tempo mi sono trovata attorniata da un pubblico che all’unisono si sganasciava dalle risate mentre io, scoccato il 45° minuto, ho iniziato a soffrire e subire ogni fotogramma sino ai titoli di coda (che, tra l’altro, regalano i migliori spezzoni del film – ovviamente tagliati) ☹

Ma, facciamo un passo indietro e partiamo dagli aspetti positivi: storia dall’intreccio scontato ma che stupisce per il riscontro ottenuto e per l’ottimo confezionamento nonostante l’esiguo budget inizialmente a disposizione; e film interpretato sulle spalle di una manciata di artisti, tra cui lo stesso regista, che sono riusciti a creare un’opera comica ai limiti del grottesco (con immancabile morale in chiusura) dai ritmi degni del miglior Blockbuster hollywoodiano.

Tre uomini, diversi, tutti con problemi più o meno gravi, tutti con un animo buono più o meno nascosto, sicuramente tutti imperfetti e tutti migliorabili, che partono alla volta della Tailandia per rincasare rinati dopo un’esperienza nella foresta straniera che cambierebbe anche l’ultimo dei testardi. Perché ai nostri protagonisti, durante la corsa verso un isolato monastero, ne capitano davvero di tutti i colori: furti, scambi di persona, inseguimenti, morsi di serpenti, caccia a mezzi di fortuna, botte da orbi sino ad un epilogo immancabilmente buonista.

Genere ostico già quando di produzione a stelle e strisce, in questo caso mi stupisce non tanto l’abilità di produrre simili pellicole anche nel lontano Far East – cosa che richiede solo una buona sceneggiatura, polso in regia e attori comici (e sono sicura che in ogni continente ve ne siano di bravissimi) – quanto il fatto che il pubblico, ad ogni latitudine, s’immedesimi (e si trovi a proprio agio) con protagonisti dai comportamenti paradossali e, soprattutto, che rida di gusto di fronte alla presa in giro di persone con evidenti deficit. Non credo di essere una rigida moralista o all’antica, ma non riesco a non provare un misto si stupore e fastidio di fronte ad una platea che ride dei maltrattamenti verbali subiti da un adulto con la mente di un dodicenne. E’ inutile, questo espediente per raggiungere la “redenzione” e nel mentre fare comicità spicciola con me non funziona e mi rovina la poesia.

Riassumendo: film curioso, dall’ottima patina, un buon on the road, ma con un’ironia adatta ai preadolescenti. Da prendere con le pinze!

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