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Recensione romanzo A viso coperto di Riccardo Gazzaniga

Ogni tanto penso con nostalgia a quando ero più giovane, e il mondo era composto solo da bianco e nero. Da una parte c’erano i buoni, nelle loro lucenti armature, e dall’altra i cattivi, con musi sporchi e membra deformi e in tasca il contrario della Verità. Poco alla volta cresci, e mentre ti abbandonano le certezze scopri che davanti agli occhi troverai una infinita gamma di grigi, che il Giusto non sta mai da una parte sola e che vale la pena lasciare uno sguardo persino dove non avresti mai pensato di trovare un luccichio.

“A viso coperto” è un romanzo profondamente vero, in alcuni tratti addirittura coraggioso. Lo ha scritto Riccardo Gazzaniga, Sovrintendente della Polizia di Stato presso la tristemente nota caserma di Bolzaneto, di cui ricordiamo le cronache in occasione del G8 di Genova. Ed è proprio nel capoluogo ligure che si sviluppa un racconto che presenta una serie di protagonisti riassumibili in due schieramenti: da una parte i celerini, dall’altra gli ultrá. Come da introduzione, e forse per la prima volta in letteratura, non assistiamo però ad una netta suddivisione fra buoni e cattivi: come é normale che sia, e come accade nei giorni e nelle notti che viviamo, personaggi equivoci frequentano entrambi i fronti, ed ogni personaggi ha le sue luci e le sue ombre.

Alternando la vicenda con le pagine di una “storia del tifo organizzato”, scritto da uno dei protagonisti, Gazzaniga mostra un equilibrio invidiabile. I suoi sono personaggi vividi, dettagliati perfettamente nelle loro realtà: sono esistenze costruite su regole che a volte ci sfuggono, su concetti di fratellanza e di appartenenza difficili da comprende per chi non ne abbia provato gli effetti sulla propria pelle. C’è chi cerca lo scontro a tutti i costi, chi riesce a vedere oltre, chi tenta una mediazione e chi si fa trascinare dagli eventi, chi partecipa terrorizzato e chi vive una sorta di esaltazione.

La battaglia urbana che si scatena dopo il ferimento di un tifoso da parte di un poliziotto – e non pare casuale il riferimento a Stefano Furlan, tifoso triestino a cui è intitolata la curva del Nereo Rocco, raccontata nel romanzo con precisione storica – é precisa e tragica nel suo sviluppo. Leggi e ti senti avvolto dalle cariche, dal fumo dei lacrimogeni, dall’onore del sangue e da quello della paura. Le pagine volano via con una velocità sorprendente, e ti accorgi di come non ci sia un eroe di cui seguire con empatia lo sviluppo, ma soltanto- e davvero non è poco – una Storia da raccontare.

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