Ma se domani... > Fotografia > Storia di una fotografia: i 200 metri di Pietro Mennea

Storia di una fotografia: i 200 metri di Pietro Mennea

L’Italia sportiva ha pianto da poco la scomparsa di Pietro Mennea, protagonista di alcune delle pagine più memorabili della storia dell’atletica del nostro paese. Un uomo che ci ha regalato soddisfazioni immense in uno sport tradizionalmente piuttosto avaro di soddisfazioni per gli azzurri: in ogni appuntamento olimpico saliamo infatti nel medagliere nei primi giorni di competizioni per poi scivolare a centro classifica quando iniziano le gare di atletica.

C’è una immagine, scattata a Mosca durante la finale dei 200 metri, che fotografa perfettamente l’essenza dell’atleta Mennea: vi si legge tutta la determinazione, la ferocia agonistica, la voglia di vincere e di superare se stesso.

Mennea si presentò a quella finale olimpica da primatista del mondo: un anno prima, a Città del Messico, aveva corso i 200 in 19 e 72, una impresa sbalorditiva. Un record talmente in anticipo sui tempi da resistere per la bellezza di 17 (diciassette!) anni. Per intendersi, il record europeo è ancora oggi suo…

La sera del 28 luglio 1980 molti italiani dissero: “Non esco, c’è Mennea”. Quelle sovietiche erano le prime Olimpiadi in mondovisione, e le ambizioni di vittoria riguardavano le corsie più esterne: Alan Wells, scozzese, che a Mosca era già medaglia d’oro nei 100 metri, si trovava nella settima, Mennea in ottava, quella più scomoda perché priva di riferimenti sugli avversari.

A metà gara Mennea era sesto, dopo una pessima partenza. Wells ha corso una curva perfetta e si presenta ampiamente in testa sul rettilineo finale. Nella memorabile telecronaca RAI, Paolo Rosi spiega che Mennea «cerca di recuperare». Seguiranno altre tre sole parole: «recupera» scandito cinque volte e un doppio «Ha vinto!» che sancisce la vittoria. A distanza di 33 anni è una cronaca che mette davvero i brividi.

Pietro Mennea ha vinto, ed ha trionfato perché – come disse ad uno stupito Cassius Clay che non pensava che l’uomo più veloce del mondo potesse essere bianco – lui era “nero dentro”.

Related posts