Recensione film After Earth: crisi di famiglia (Smith) in salsa sci-fi

M. Night Shyamalan è sinonimo di suspense, mistero e atmosfera surreale, spesso i suoi film giocano, infatti, con spazio, tempo, superstizioni e luoghi comuni e anche questa volta non si sottrae alla sua nomea. “After Earth” è un film che ruota sulle umane paure, è ambientato in un futuro molto lontano, in cui l’amato pianeta Terra sarà solo un ricordo, e teatro della storia che coinvolge Cypher e Kitai Raige (Will e Jaden Smith).

Come spesso accade nella vita reale, anche sullo schermo padre e figlio non si comprendono e sono alla ricerca dell’approvazione reciproca. Gli autori ci vogliono, infatti, far credere che tra mille anni l’essere umano si sarà evoluto nel volo intergalattico, nelle scienze delle costrizioni eco-sostenibili (addirittura su altri pianeti!) e nel controllo delle proprie emozioni, ma non nei rapporto familiari.

Incredibilmente, la qualità che porta il nostro Cypher Raige a divenire un modello da imitare – l’essere in grado di controllare le proprie paure – è ciò che lo rende un padre davvero scarso: è tanto imbattibile contro i più temibili alieni, quanto non percepisce che suo figlio stia disperatamente cercando la sua attenzione. Solo grazie all’intercessione della madre prima e a un terribile disastro dopo, il loro rapporto migliorerà e supererà un empasse che durava da troppo tempo.

Nei fatti, “After Earth” è un dramma familiare che si risolve durante una situazione catastrofica, e solo accidentalmente è nel futuro. Ambientazione che rende più accattivante la storia e concede licenze (e vie di fuga) maggiori rispetto al classico drammone tutto frasi da cioccolatini e immagini viste troppe volte. Quindi, per nostra fortuna, qui ci possiamo distrarre osservando una possibile evoluzione del nostro pianeta, mentre viene esplorato il classico rapporto genitore/figlio e ci vengono mostrati gli ovvi traguardi che i protagonisti raggiungono durante il loro processo d’evoluzione interiore.

Purtroppo, solo in via residuale siamo omaggiati di qualche momento di azione in salsa sci-fi e vediamo un po’ di sangue durante battaglie improbabili in cui ha la meglio un fanciullo, e in cui emergono le qualità che contraddistinguono il regista (che apprezziamo ben più di quanto fosse nelle nostre previsioni iniziali). La fotografia, la scenografia, i fantasiosi dettagli sono davvero intriganti e ci danno sollievo durante i soliloqui sull’inesistenza della paura da non confondere con il pericolo (reale), adatti al pubblico a stelle e strisce e meno al nostro.

La sensazione è che questa pellicola sia il regalo di un padre a un figlio dall’innato talento, quell’opportunità di visibilità di cui ogni ragazzo ha bisogno per emergere e, di nuovo, è un sicuro modo per conquistare la stima di un padre e di un figlio, a dimostrazione che i rapporti affettivi trascendano non solo i secoli ma anche situaizoni, luoghi e culture.

In conclusione, sufficienza incredibilmente raggiunta grazie a tutto ciò che non sia soggetto e dialoghi.

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Ennio Flaiano amava ricordare che "Il cinema è l'unica forma d'arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile.", ed e' V. ad accompagnarci con passione e sensibilità nelle mille sfaccettature di un'arte in movimento. Una guida competente e appassionata, che scrive con la testa ed il cuore e ci costringe, piacevolmente, a correre al cinema per godere di una buona pellicola, o ci consente di risparmiarci euro e fatica quando un film proprio non si può vedere.

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