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Recensione film il Futuro dal libro di Roberto Bolaño

Cameo di Rutger Hauer in un film un po’ anche di casa nostra, girato per lo più nella Capitale, dedicato alle stagioni della vita, al dolore, alla solitudine, alla voglia di amore che accompagna ogni età a ogni latitudine e in ogni realtà. Questo il messaggio che traspare sin dalle prime inquadrature: un dignitoso degrado che, se inizialmente è relegato ad un gruppo di giovani allo sbando, poi si espande.

Un losco piano per arricchirsi rapidamente, con una freddezza forse data dai traumi da poco subiti, porta la giovane protagonista – istigata dal fratellino e i suoi nuovi amici accampatisi in casa loro – a cercare di irretire un’anziana (ex-) gloria del cinema, ma (come prevedibile) la giovane cadrà ingenuamente nella tela del ragno, anche se dietro l’angolo è pronta una (altrettanto prevedibile) sorpresa.

La storia procede con intellettual-lentezza e con sporadici momenti che avrebbero potuto essere intriganti se la macchina da presa fosse stata affidata a mano più matura e se il copione fosse stato affidato a un cast più strutturato rispetto a quello che abbiamo davanti. A tratti ci sorge pure il sospetto che il testo da cui è tratta questa pellicola possa essere più intrigante (ed elegante) di quanto stia scorrendo sullo schermo. Non avendo la possibilità di confrontarci (per ora) col libro di Roberto Bolaño, da cui questa storia ha attinto la trama, ci dobbiamo accontentare delle acerbe immagini offerte dalla promettente e relativamente giovane regista cilena.

Ritroviamo un attore che ha segnato realmente la storia del cinema (soprattutto di quel filone drammatico di stampo fantascientifico) in un ruolo che temiamo abbia molto di autobiografico: il decadimento di una stella e in generale di una persona, qui però portato all’estremo e reso anacronistico (per esigenze di copione?), che a tratti ci fa sorridere nonostante sappiamo nella realtà vi siano molte situazioni simili.

Due persone sole, traumatizzate, orgogliose e divise da ben più di una generazione, con in comune l’umano bisogno di affetto e di protezione (che le porta ad essere in sintonia e ad illudersi di poter anelare ad una sorta di normalità) si incontrano. Ma ai nostri occhi rimangono tristi e soprattutto non riusciamo a tifare per il loro successo, non ci crediamo, è troppo inverosimile, e un dramma dall’happy ending stonerebbe davvero troppo.

La sensazione è che tutti abbiano davvero fatto del proprio meglio, si siano preparati, abbiano fatto bene i compiti, non abbiano lasciato nulla al caso, e confidino di riuscire a bissare i precedenti successi della regista. Un lavoro dove tutti ci hanno creduto e su cui ci spiace scrivere parole dalle quali traspare tutta la distanza e l’assenza di coinvolgimento, perché l’amara verità è che quest’opera è debole e manchevole.

Rimaniamo in attesa di sapere se dobbiamo puntare il dito verso la macchia da presa e gli sceneggiatori oppure le vere colpevoli siano le pagine di Bolano, nel mentre, suggeriamo di attendere il suo passaggio in TV.

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