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Storia di una fotografia: De Palma alla 500 miglia di Indianapolis

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Come dite? Cosa c’è di straordinario in un tizio che spinge una macchina? Tze. Ve lo dico io cosa c’è di straordinario.

Prima di tutto il luogo: quello percorso da pneumatici e scarponi ritratti in questo bianco e nero è il mitico (quasi mitologico) circuito di Indianapolis. Un luogo ed una corsa talmente famosi che le vetture che partecipano ai campionati americani prendono anche il nome di “IndyCars”; un po’ come se le vetture di Formula Uno fossero soprannominate “Macchine-Monza”, insomma.

E poi Indianapolis è teatro di aneddoti ed episodi che ci si metterebbe davanti ad una bibita ghiacciata con un amico e si passerebbe il pomeriggio a metterli in fila uno dopo l’altro (magari dopo aver visto Turbo, che segna l’esordio della pista nel gioioso mondo dei cartoni animati!). Perchè in queste cose gli americani ci prendono davvero, ed essendo relativamente “giovani” sanno apprezzare le tradizioni: per dire, la frase “Ladies and Gentlemen, start your engines!” che precede di poco il via viene pronunciata dal 1946. Per anni fu gridata al microfono da Tony Hulman, che nel 1977 fu chiamato a miglior vita. E allora i nuovi responsabili del circuito convocarono la sua vedova, e scomparsa anche lei nel 1997 toccò alla figlia, che ne è ancor oggi protagonista e che si spera ci regali almeno un erede.

O, volendo continuare, la bottiglia di latte. Già, perchè nel 1936 Louis Meyer venne immortalato dopo la vittoria della corsa con in mano una bottiglia di latte ghiacciato. Sono passati il Vietnam, una quindicina di Presidenti ed è caduto il Muro, ma ancora oggi al pilota trionfatore viene immediatamente passata una bottiglia di latte. Qualche anno fa il brasiliano Fittipaldi rifiutò la bevanda burrosissima per dedicarsi ad un succo di arancia (il fatto che fosse proprietario di una quantità di agrumenti da sponsorizzare incise non poco…). Fu dileggiato a lungo.

Ma il pilota a cui ci stavamo dedicando era un altro, e torniamo dunque all’immagine di capo-post. Siamo nel 1912, il montepremi per il vincitore sfonda quota 50.000 dollari (una fortuna per l’epoca) e sullo linea di partenza prendono posto 33 vetture, un numero rimasto immutato fino ad oggi. Le attendono la bellezza di 200 giri nel corso dei quali percorreranno le tradizionali 500 miglia. Qualcosa di vicino agli 800 chilometri, utilizzando una metrica che tutto il mondo si è nel frattempo deciso ad adottare.

Ralph De Palma è nato dalle parti di Foggia, ma a 10 anni mamma e papà hanno fatto le valigie e hanno attraversato l’Atlantico. Divenne per milioni di emigrati italiani un vero “eroe dello sport”, una di quelle figure che nobilita il lavoro oscuro di migliaia di concittadini lontani dai confini patrii. E quella corsa ad Indianapolis del 1912 De Palma la stava dominando: mancavano soltanto due giri (su duecento!) alla fine quando il cedimento di una biella nel motore della sua Mercedes interruppe il suo sogno. Ignoriamo se si lasciò sfuggire delle brutte parole in inglese o in foggiano stretto; quello che sappiamo è che volle comunque entrare in classifica, e che si mise a spingere la sua auto fino a farle varcare per la 200° volta la linea del traguardo. Si piazzò undicesimo.

Il destino restituitì con gli interessi quello che gli aveva tolto in quella giornata: nel 1915 De Palma vinse ad Indianapolis e negli anni successivi ottenne 2.557 vittorie su 2.889 gare che lo videro protagonista. Per dirla con una frase di Thomas A. Edison, “Molti fallimenti nella vita si segnalano da parte di quegli uomini che non realizzano quanto siano vicini al successo nel momento in cui decidono di arrendersi”.

De Palma no, non si arrese.

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