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Recensione film MIRAGE Á L’ITALIENNE

Nel Paese in cui centinaia di persone hanno dato tutti i loro risparmi a Wanna Marchi per essere liberati dal malocchio non è difficile credere che qualcuno abbia potuto prendere sul serio una réclame sui tram di Torino: CERCHI LAVORO? L’ALASKA TI ASPETTA. In 400 si sono presentati ai colloqui, dopo le selezioni 5 sono stati i “vincitori” pronti a recarsi nella remota Yakutat – 646 abitanti.

Due hanno fra i 30 e i 40 anni: il tatuatissimo ex militare Ivan, con alle spalle missioni in Kossovo, Afghanistan e Iraq; fieramente fascista, ha un unico debole: è affezionatissimo alla sua vecchia nonna. E Dario, meccanico di giorno, drag-queen di notte: è sull’orlo del suicidio, non ne può più dei pregiudizi e dell’intolleranza che lo circondano.

Gli altri tre sono cinquantenni e oltre. Riccardo vende spazi pubblicitari, un buon lavoro con un buon stipendio; ma tempo fa ha perso un figlio di 23 anni, da allora la sua vita non è più la stessa. Camilla, una volta era un’attrice teatrale, ora si barcamena tra un call center e l’altro; nel segreto di casa si traveste da Marlene Dietrich e ne canta le canzoni in playback. Giovanna è una ex-eroinomane a cui sono stati tolti i figli, che si rifiutano persino di parlarle; ha sempre con sé un registratore su cui incide lunghi messaggi, pur sapendo che non li ascolteranno mai.

I cinque assistono per un paio di mesi a indispensabili lezioni di inglese e di cultura generale sull’Alaska. Scopriamo finalmente a quale ambitissimo posto di lavoro i nostri eroi sono destinati: pulire salmoni sui pescherecci. Quando sbarcano a Yakutat un secco sovrattitolo sullo schermo ci comunica che l’azienda committente non esiste più. Ci dispiace, ragazzi: abbiamo scherzato. Ma se volete potete restare qui, c’è tanto posto.

Dopo la prima mezz’ora qualsiasi persona con un po’ di cervello avrebbe capito che c’era qualcosa che non andava: con l’economia Usa in piena recessione e milioni di disoccupati a disposizione, un’azienda con sede in Alaska in cerca di personale di infimo livello fa arrivare personaggi così improbabili fin dall’Italia?

Infatti la regista Alessandra Celesia, valdostana di nascita e parigina d’adozione, molto fiera di sé dichiara in un’intervista (letta dopo, purtroppo – mi sarei risparmiata un attacco di bile) che si trattava di falsi colloqui, tenuti da selezionatori complici, mirati a trovare delle storie di autentica disperazione. Quanto alla svanita azienda di Yakutat è piuttosto nebulosa: sembra si sia ispirata a molti casi di imprese che hanno richiesto fondi europei per la disoccupazione, organizzato selezioni e corsi di formazione per poi dileguarsi appena incassato l’assegno.

Insomma una truffa bella e buona: ai danni dei 5 delusi lavoratori, che  comunque si sono fatti un viaggetto a spese della produzione del film e al ritorno hanno accettato di girare alcune scene di raccordo.

Ma soprattutto un raggiro ai danni degli spettatori, che come me si aspettavano un serio documentario d’inchiesta e si sono trovati davanti ad una sfilata di “casi umani” non si sa quanto genuini, in uno squallido miscuglio fra un artificioso reality show e la più spudorata tv del dolore.

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