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Recensione di FIFI HOWLS FROM HAPPINESS

Bahman Mohassess è un pittore, scultore e intellettuale iraniano, uno dei massimi del ‘900. Nato nel 1932, iniziò a studiare arte “a bottega” a soli 14 anni. Dopo il colpo di stato sostenuto dagli americani che rovesciò il governo democratico di Mossadegh, nel 1954 lasciò l’Iran per trasferirsi a Roma, “utero pregno dello sperma di migliaia di passanti” dove completò gli studi all’Accademia. Era già noto in tutta Europa per le sue sculture provocatorie quando, alla fine degli anni ’60, tornò in patria per qualche tempo – abbastanza per farsi commissionare un ritratto in bronzo dello Scià di Persia (che fu distrutto perché non gradito) e mettere in scena LE SEDIE di Jonesco e altre pièce “scandalose”. Ben presto fu costretto a tornare in Europa, perché le sue opere erano invise al regime. Molte sue opere esposte nei musei dell’Iran sono state distrutte negli anni da scandalizzati iconoclasti di ogni tendenza politica. Lui stesso, eccentrico e narcisista, ha comunque provveduto in prima persona alla strage: nel momento in cui quadri o sculture, anche già pubblicati su catalogo, non lo soddisfacevano più li ha distrutti senza pietà, a decine. 

Bahman Mohasses non approva l’immagine della donna iraniana diffusa dai mass media, super-vestita o scoperta che sia.

Le sue opere erano ancora battute alle aste e cercate da estimatori e collezionisti di tutto il mondo, ma di lui si erano perse le tracce: molti pensavano fosse morto. Finché nel 2010 la giovane pittrice e artista visiva Mitra Farahani scoprì che viveva da tempo, in solitudine e ristrettezze, in un residence di Roma. In quel piccolo spazio ha dovuto rinunciare a scultura (troppo rumorosa) e pittura ad olio (troppo sporchevole), limitandosi a produrre molti disegni e collage.

Nasce così “Fifi Howls from Happiness”, un documentario/intervista di 94 entusiasmanti minuti, in cui l’irriverente, sboccato Mohasses, fra troppe sigarette e qualche gelato racconta senza peli sulla lingua la sua incredibile vita. Non c’è una vera regia: è bastato mettergli davanti una macchina da presa, accenderla e sono sgorgati i ricordi: “Voglio essere io a raccontare la mia storia, prima che qualche idiota scriva la mia biografia al mio posto”.

E’ davvero un testamento d’artista, perché la regista, e noi con lei, diventerà imprevedibilmente testimone dei suoi ultimi mesi di vita, arrivando a registrarne anche l’ultimo respiro. Poco prima gli avevamo sentito dire “Un artista non deve avere paura della morte, è solo un’altra performance”.

“Fifi Howls from Happiness” è il titolo di un quadro di Mohasses; dipinto nel 1964 è stato esposto in tutte le sue mostre e mai venduto. Come la Monna Lisa per Leonardo, l’ha seguito in tutti i suoi viaggi ed innumerevoli traslochi. E’ la figura rossa (no, vermiglione e cremisi, correggerebbe Mohassess) che nel trailer potete vedere appesa alle sue spalle, immobile testimone del racconto di un artista che pensava di avere un ruolo nella Storia, ma che la Storia ha inghiottito. Ascoltarlo è la prova di quello che l’Iran ha perso mettendo a tacere o disperdendo le voci della sua cultura.

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