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I due Foscari parte seconda: la pittura di Francesco Hayez

Grazie ad una chiacchierata epistolare con Nicola (o come gli gridan dietro tutti, Nicouula), ci siamo occupati qualche giorno fa della storia dei “due Foscari”: il padre Francesco, Doge di Venezia nel 1457, ed il figlio Jacopo, ingiustamente accusato di omicidio e condannato ad un esilio da cui non rientrerà mai in patria, e senza che il padre potesse opporsi al giudizio dei Dieci.

Li abbiamo seguiti accompagnati dalla scrittura di Francesco Maria Piave, dalle note di Giuseppe Verdi e dalle voci di Josè Carreras e Katia Ricciarelli. Ebbene, manca ancora un gusto da stimolare, e considerato che non abbiamo a disposizione tatto e gusto via web, si tratta naturalmente della vista.

Il tutto con una doverosa premessa: nell’Ottocento le tragedie di sfondo storico riscuotevano un grande successo, ed in Italia in particolare: sarà che siamo sentimentali e romantici a livello quasi genetico, sarà che si sognava una patria unita ed ogni ricordo di passata grandezza italica – come quella veneziana – accendeva gli animi, ma siamo certi di non andare troppo lontano dal vero affermando che vicende a tinte fosche come quella in oggetto appassionassero le folle.

Il primo testo significativo sulla vicenda è di Lord Byron ed è datato 1822; il libretto d’opera di Piave è del 1843, la prima rappresentazione musicata da Verdi va sulle scene nel 1844. E nel 1838 l’Imperatore Ferdinando I, arrivato a Milano per farsi incoronare re del Lombardo Veneto, commissiona a Francesco Hayez una tela ispirata all’opera, che viene consegnata nel 1840.

Oggi abbiamo la fortuna di poterla ammirare alle Gallerie d’Italia, ed eccola qui:

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(osservata dal vivo è millemila volte più bella, con un clic sull’immagine potete comunque visualizzarla a maggiori dimensioni)

Come sempre nei quadri di Hayez – autore di uno dei baci più famosi della storia della pittura – l’attenzione al particolare e la spinta emozionale è fortissima: al centro domina la scena il Doge (si dice Hayez si sia autoritratto invecchiandosi) in cui l’autorevolezza del gesto di condanna e compensato dal bastone su cui poggia, quasi che “ragion di Stato” e amore paterno dividessero la sua figura. Jacopo, inginocchiato sulla sinistra, mostra senza pudore il dolore di un uomo che accetta il suo destino ma vuol essere sicuro del sentimento del padre.

E poi c’è lui, Loredano, nemico giurato dei Foscari e animatore della messinscena che porterà Jacopo alla condanna. Appare in mezzo a padre e figlio, con l’espressione soddisfatta di uno che non voleva perdersi il momento e che è fiero di indicare alle sue spalle Venezia e il mare, come a dire “il traghetto è pronto, muoviti”.

Per quanto riguarda i protagonisti di questa intrigante storia culturale, il cerchio siu chiuderà nel 1858, quando Hayez fu chiamato da Verdi a revisionare i figurini per una nuova messa in scena dei loro “Due Foscari”.

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