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Recensione del film Giovani Ribelli: una soap in salsa beat

Volevano essere dei ribelli, in verità erano cuccioli che avevano appena lasciato il nido, un gruppo di ragazzini alla scoperta del mondo e di sé stessi, affascinati dalle lettere, dall’arte e dall’emancipazione. Volevano cambiare le regole, non s’impegnarono abbastanza e distrussero tutto, ma quando persero la speranza, infine, inconsapevolmente, segnarono per sempre la letteratura del ‘900. Oggi parliamo di Allen Ginsberg, Jack Kerouac e James Burroughs, tre autori che si avventurarono insieme alla scoperta della vita dopo essersi conosciuti tra le mura della Columbia University.

Questi tre ragazzi sull’uscio dell’età adulta, spavaldi, curiosi e spericolati, i cui nomi e gesta sono noti a tutti dall’epoca dei banchi di scuola, qui ci vengono proposti sotto una luce differente. Non come il solito gruppo di scrittori e poeti famosi e affermati, bensì come degli sconosciuti che concentravano le loro energie per riuscire a farsi cacciare da uno dei più prestigiosi atenei d’America, nonostante incombesse la seconda guerra mondiale e l’alternativa fosse quella di arruolarsi, finire in Europa e probabilmente tornare a casa in un sacco.

Opera prima del regista John Krokidas, ispirato al reale omicidio di David Kammerer, “Giovani Ribelli” è un film che s’impegna per regalarci una visione nuova, fresca e meticolosa delle future stelle del firmamento letterario, quando ancora erano dei semplici giovanotti. In ogni momento è percepibile la volontà di dare spessore ai personaggi per farci capire quali fossero i presupposti che forgiarono quegli uomini che, di li a qualche anno, raggiunsero la notorietà e non vennero più dimenticati.

In pochi però sanno del coinvolgimento dell’allora studente Allen Ginsberg in un affair all’ombra di un ménage (a trois) che culminò con la morte di uno dei tre. Lo stesso uomo che commise l’omicidio, una volta tornato in libertà si adoprò a prendere le distanze da questa storia e dal libro scritto da James Burroughs e Jack Kerouac palesemente ispirato a una sera del lontano 1943, riuscendo addirittura a far rimuovere la dedica che apriva la prima edizione. E attorno a questi fatti si sviluppa il film di Krokidas.

Una volta ricreati gli ambienti, abbigliato a dovere un gruppo di talentuose promesse del cinema, il regista ci porta indietro nel tempo, nell’appartamento di un aspirante scrittore, David Kammerer, che amava circondarsi di letterati. In quell’ambiente incontriamo tutti i protagonisti di questa storia e speriamo di assistere, di li a poco, alla moderna versione de “L’Attimo Fuggente”, come ci è stato preannunciato da diversi scritti letti negli ultimi tempi.

Ci rattristiamo quindi quando ci rendiamo conto che tutti questi talenti, tutti gli sforzi di fotografi, scenografi, costumisti, ma anche di chi ha curato la mirabile colonna sonora, insomma di tutti, siano confluiti in una lussuosa soap opera in costume a sfondo omosessuale ad alto budget. La letteratura è solo un’idea sullo sfondo, la guerra non si vede, la passione è solo quella amorosa, sofferta e mal corrisposta messa in scena da Daniel Radcliffe (per nulla convincente) e dall’affascinante e sensualissimo Dane DeHaan. Insomma, tutto è dimenticabile e di alta cinematografia non si vede neppure l’ombra.

Voto 5: opera noiosa nonostante racconti un segreto e paventi gli albori di una rivoluzione.

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