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Recensione film” Il Passato”: un dramma narrato con la grazia di Asghar Farhadi

Il passato non dimentica e non perdona mai, con il suo carico di tante storie ci racconta allo stesso modo delle persone comuni e di quelle stravaganti, portando con sé i ricordi e i segreti di noi tutti. Spesso riaffiora per rivendicare il suo ruolo e influenza sia il presente sia il futuro che, segnati proprio da quel passato, lo subiscono inesorabilmente.

Ci troviamo a Parigi, in periferia, temporaneamente trasferiti a casa di Marie, madre di due figlie e con due mariti alle spalle; insieme a lei Ahmad, l’ultimo ex appena rientrato in Francia per finalizzare il divorzio, il piccolo Fouad e il padre Samir, nuovo compagno della donna. La famiglia allargata è rumorosa, caotica nella norma, all’apparenza non tesa o isterica, e il serafico Ahmad, uomo tranquillo e pratico, pian piano diverrà il fulcro attorno al quale ruoterà il presente dei protagonisti di questa storia.

“Le Passé” è il nuovo film di Asghar Farhadi, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes e che ha fatto vincere il premio come miglior protagonista femminile a Bérénice Bejo, attrice che il regista ha reso ordinaria nei gesti, nell’abbigliamento e nella sofferenza, senza però riuscire a spogliarla della sua naturale bellezza e presenza scenica. La Bejo riempie lo schermo con disarmante naturalezza, la sua Marie è talmente normale da sentirla vicina, nonostante il suo passato non ci appartenga, e la sua sofferenza diviene anche la nostra.

Storia di vita, di famiglia, di sentimenti, di dolore che si vorrebbe ignorare e dimenticare, narrata con lo stile unico del regista iraniano, il quale ha, infatti, la capacità di non girare il coltello nella piaga, di non provocare lacrime forzate, di non torturare il suo pubblico facendo ricorso ai sensi di colpa. Farhadi, con tranquillità, ci prende per mano, catalizza la nostra attenzione e ci porta in casa dei suoi personaggi – oggi le mura domestiche di Marie, ma potremmo essere ovunque, nessuna città, cultura, estrazione sociale riuscirebbe a distrarci da quanto accade – figure talmente piene di umanità da necessitare solo di quella minima collocazione su una cartina in grado di giustificare la corporeità, i gesti e gli approcci di coloro che si succedono sullo schermo.

Con costante e crescente suspense (ma sempre dolce nei toni e negli eventi, per non rischiare di volgere al thriller), colmiamo gli ultimi quattro anni delle vite di questa manciata di persone, tutte inquiete per motivi talvolta differenti, altre volte affini, e che in un solo caso si toccano. Sarà l’uomo venuto da lontano e dal passato di Marie a riportare l’ordine dopo l’uragano scatenato proprio dal suo arrivo, classica variabile esterna il cui sopraggiungere scuote gli equilibri precari.

Senza volerci insegnare nulla, questa pellicola ci appassiona e ci fa realizzare molto più di quanto crediamo. Voto: 7. Uno dei rari casi di film drammatici in cui non si avverte lo scorrere del tempo, nonostante una durata tutt’altro che esigua. Un applauso quindi al regista che riesce a riconciliarci col genere. Da vedere!

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