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AL CINEMA – Il fratello americano di OldBoy

Ci sono storie che possono nascere solo nel Far East. Parlo di opere in cui il protagonista viene messo a dura prova e per sopravvivere abbandona in un instante tutte le sovrastrutture, liberando gli istinti più reconditi: il primo è quello di sopravvivenza e l’ultimo ad abbattere le barriere morali, culturali e personali, è invece quello animale, spesso di una violenza inaudita, in qualche modo necessario per rimanere in vita.

“Old Boy” è uno di quei racconti che quando incrociano il tuo cammino, s’insinuano sotto pelle e non riesci più a scordarli. E quando la trasposizione su grande schermo, per mano del regista coreano Park Chan-wook, ammalia l’esigente giuria del Festival di Cannes (strappandogli l’ambito Grand Prix), non ti meravigli neanche un po’.

Oggi però non parliamo del primo capitolo della c.d. Trilogia della Vendetta, di quel thriller potente nel messaggio, violento nei fatti, e narrato con un crescendo di suspense e angoscia, che conquistò il cuore pulsante del gotha del cinema europeo, bensì attraversiamo l’oceano e ci trasferiamo nei lontani Stati Uniti, dove il pluripremiato regista Spike Lee ha deciso di riprendere, rivisitare e adattare “Old Boy” alle esigenze del pubblico a stelle strisce dell’anno 2013: parliamo di un vero atto di coraggio!

Sfida difficile da superare, con gli amanti del manga, gli estimatori del cinema asiatico e i puristi contrari per partito preso a qualsiasi forma di remake, pronti a dare battaglia. Ma, ultimamente, pare sia di moda rivisitare storie già lette o già viste piuttosto che partire da un foglio bianco, quindi non ci resta che incrociare ogni volta le dita.

OB Productions Inc. © 2012 All rights reserved

Dimenticando per un momento il capolavoro preso a riferimento, il remake di Spike Lee non ha alcuna sbavatura: l’attualizzazione delle situazioni è perfetta; l’adattamento alla realtà di una metropoli statunitense è meticoloso; il set è claustrofobico e degradato al punto giusto; la violenza si fa pulp e poco spaventosa (l’unica lunga scena di battaglia sembra quasi una voluta parodia dei film di genere del passato); è presente il tocco tipico dell’action; e la scelta del protagonista ubriacone, padre assente, spocchioso e stupidotto, è perfetta.

Il vero vincitore è, infatti, proprio Josh Brolin. L’attore si presenta in grande forma: un vero trasformista, credibile con l’espressione da bravo ragazzo allo sbando che, da perfetto fallito, diviene un determinato uomo rabbioso. Ovviamente, tutto in stile americano!

OB Productions Inc. © 2012 All rights reserved

Stante una tale prova, dispiace quindi che lo svolgimento perda tono e che l’opera non segua con determinazione un filone, toccando senza convinzione vari generi e temi. Colluttazioni ridicole, suspense che cresce per poi spegnersi e riaccendersi con l’intermittenza delle luci dell’albero di Natale, e un protagonista con cui non riusciamo a legare nonostante la vicenda sia incredibile (quasi paradossale) ma possibile (!) e farebbe andare in crisi qualunque essere umano a qualsiasi latitudine, inducendo anche il più apatico egoista e scentrato del pianeta a cercare di comprendere, vendicarsi e rimediare.

Insomma, il film è una nuova versione lontana dall’originale. E l’ottima performance, la bella fotografia, l’attualizzazione ben riuscita, non sono elementi sufficienti a far raggiungere l’eccellenza a una pellicola insipidina che lascia cadere nel nulla grandi temi, probabilmente proprio perché non sceglie come affrontarli.

Senz’anima e un nonsenso per chi ha un termine di paragone, intrigante invece agli occhi di quel pubblico lontano da Park Chan-wook.

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