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Recensione del film Dallas Buyers Club candidato a 6 premi Oscar®

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Dallas Buyers Club è uno di quei film che ti entrano sotto pelle, che ti fanno provare fastidio, che ti fanno ridere, divertire, evadere, prima di riportarti alla triste, cruda, a volte beffarda realtà. Dallas Buyers Club è una di quelle opere di finzione che non potrà mai superare la realtà, perché la storia narrata è vera, come sono esistite le persone, i luoghi, i referti, i medicinali e gli atti processuali citati.

Dallas Buyers Club è una pellicola forte nel messaggio, nell’intreccio (ai limiti del granitico) e nella recitazione dei due attori principali. Matthew McConaughey, dopo averci fatto sognare per anni posando sulle copertine delle riviste e averci fatto sospirare in rom-com con le divine della commedia anni ’90, oggi ci fa trasalire per quanto trasfigurato; e il sex symbol Jared Leto, front man dei 30 Seconds to Mars, adorato da milioni di adolescenti per il suo fascino, qui è scarnificato, truccato e imparruccato, al punto da essere irriconoscibile per buona parte del tempo.

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Questa è la storia del signor Ron Woodroof: nato in Texas; persona iperattiva, elettricista di giorno, cowboy da rodeo nel resto del tempo; giocatore e spendaccione (cospicue somme di denaro vengono investite in droga, alcool e donne); fondamentalmente un uomo solo come molti. Ok, essere cresciuti negli anni ’70 non deve essere stato semplice, a metà degli anni ’80 (quando prendono il via gli eventi) erano ancora visibili gli strascichi della rivoluzione alle spalle e poi, beh, di stupidaggini ne fanno tutti… ma Ron se la spassa non poco!

Il nostro eroe un giorno ha un incidente sul lavoro e si risveglia in ospedale, dove scopre non solo di essere sieropositivo, ma di avere 30 miseri giorni davanti a se. Una notizia che farebbe svenire chiunque, a maggior ragione un maschio indipendente e omofobico come Ron che, invece di lasciarsi andare o sprecare il poco tempo rimastogli, reagisce, non si da per spacciato, ed inizia a combattere per la vita, per il diritto all’informazione e alle cure in un’epoca in cui parlare di AIDS non era cool.

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La sua è un’avventura ai limiti del surreale, con parentesi quasi comiche, alcune volte le situazioni sono americane, altre invece sono universali, per quanto tristi e/o umane. Il regista Jean-Marc Vallée riesce, infatti, a non fare un melodramma strappalacrime, che provochi pietà, compassione o altri deprimenti sentimenti. Al contrario decide di farci sorridere, ricordare e meditare. E forse è per questo, che sul finale sopraggiunge il famigerato nodo alla gola: quella persona ha fatto molto per sé e per gli altri, si è battuto per la vita, la dignità umana e per diritti che oggi ci paiono ovvi, ma allora non lo erano, e alla fine non ha ricevuto alcuno sconto.

Un applauso va quindi a tutti, cast and crew, perché nonostante quanto si possa credere leggendo la sinossi breve questo non è un film sull’AIDS né sullo stadio terminale della malattia, bensì è una storia di vita e passione, è un caso legale, è la dimostrazione di dove possa portare la forza di volontà, è la narrazione di un’impresa un po’ folle, e molto (molto!) altro ancora. Insomma è da non perdere. Voto: 7.

Vissia Menza

A questo link il nostro commento da Toronto

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